I CRISTIANI IRACHENI ESULI: UN MARTIRIO DI SOFFERENZE QUOTIDIANE

La lettera di suor Maria Hanna a Mosul in Iraq

Milano, 10 dicembre 2014 – “Dopo quattro mesi d'esilio non ci sono segni di speranza che la situazione si possa risolvere pacificamente, scrive Suor Maria Hanna, priora delle Domenicane di Santa Caterina da Siena, una congregazione femminile fondata a Mosul nel 1877 dai domenicani francesi. Non possiamo pensare e prendere decisioni, tutto è vago e ci sentiamo come se stessimo vivendo un incubo. Il cristianesimo in Iraq si sta dissanguando; molte famiglie se ne sono andate e molte altre stanno partendo per il Libano, la Giordania e la Turchia, preparandosi per una seconda migrazione e un futuro incerto”.

 

Questa la lettera pubblicata oggi su la Nuova Bussola Quotidiana, quotidiano cattolico online con oltre 10mila lettori giornalieri, diretto da Riccardo Cascioli.

 

“Nel freddo dell'inverno del Kurdistan il loro martirio oggi ha la sua immagine simbolo nelle settanta famiglie che vivono nell'Ankawa Mall, un centro commerciale che era in costruzione quando sono arrivati qui in estate e che con qualche divisorio di fortuna è diventato la loro casa precaria e comunque esposta alle intemperie. Ma è un martirio fatto anche di sofferenze molto più quotidiane”.

 

“Sono stati fatti molti sforzi per fornire container ed affittare case e appartamenti, continua suor Maria Hanna, ma non è stato sufficiente, il numero delle persone sfollate continua a crescere ogni giorno. Molti arrivano dal freddo, dalle zone montagnose. Psicologicamente la gente è stanca, spaventata, confusa e irritata. Tutto questo sta creando sofferenze tremende nelle famiglie e tra i risultati ci sono anche abusi e rapporti malsani. I problemi ci sovrastano completamente: è come se i nostri sforzi non portassero a nulla”.

 

“Anche il denaro che possiedono non può essere prelevato dalle banche, perché il governo centrale ha congelato i loro conti correnti, spiega la suora. Così la gente cerca lavoro disperatamente, è pronta a lavorare anche per un salario minimo”.

 

“Un martirio che diventa testimonianza, come dice il Papa. Ma che non per questo diventa meno duro: chiedono di non essere dimenticati questi fratelli. Chiedono che non smettiamo di indignarci per questa loro sofferenza atroce. Ci chiedono di farci carico davvero della loro condizione” .

 

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