Vivere la nonviolenza
Discepolo di Gandhi e di Francesco d’Assisi, antifascista rigoroso, religioso laico senza appartenenza, promotore di centri per una democrazia compiuta, “eretico della religione e della politica ”, difensore dell’obiezione di coscienza al servizio militare e alle spese militari, promotore della prima marcia Perugia-Assisi nel 1961 e quindi del primo movimento nonviolento italiano, Aldo Capitini intende la nonviolenza come scelta di vita e azione politica quotidiana, “attiva apertura all’esistenza, alla libertà e alla compresenza di tutti gli esseri”. L’autrice invita a porsi in ascolto dei suoi testi per trovare la chiave di un mutamento non solo auspicabile ma indispensabile per sentirsi ancora a casa nel mondo e per disporsi ad attraversare “il varco della storia”. L’eredità filosofica di Capitini consiste nella metafisica dell’amore, quella politica nell’azione responsabile aperta al futuro.
Una metafisica dell’amore
All’interno di un clima filosofico neo-idealista (Croce e Gentile), Capitini offre un pensiero esistenziale come cuore di una metafisica dell’amore collegandosi sia alle argomentazioni di Francesco d’Assisi, Giuseppe Mazzini e Gandhi, sia al nutrimento filosofico di Martin Buber, Emmanuel Lévinas, Gabriel Marcel, orientato ad affermare la natura dell’essere come dono, dentro un’esperienza dell’essere come relazione originaria, compresenza radicale, alterità costituente feconda di bene (147-163), un “essere oltre la morte” attivo nella “prassi dell’amore”. E’ l’amore nonviolento la forma essenziale del darsi di Dio nel fondare il reale. “Vivere significa essere comunione e comunicazione dell’essenza amorevole e gratuita che abita nel nostro essere” (176). La violenza non è la legge della realtà, inevitabile o insuperabile. E’ la negazione della vita che ci allontana dal cercare modi preventivi che scendano alla radice intima della vita che si nutre dello stesso spazio e del tempo di tutti.
Una politica responsabile
La sua eredità politica riguarda la nonviolenza come forza di trasformazione. Non solo critica della violenza, quindi, ma propositiva “ricerca che sonda la natura della società attuale mettendo in luce le dinamiche violente attraverso cui è organizzata e mantenuta”. Capitini non ritiene naturali e inevitabili quelle dinamiche ma “converte lo sguardo sul mondo donando la possibilità di scorgere nella forza della nonviolenza il criterio della commutazione dei termini del vivere sociale”. L’esperienza della comunione ontologica diventa ricerca di nuovi modi di stare al mondo, apertura all’altro, uguaglianza inclusiva di ogni essere. La nonviolenza è “chiave d’accesso a un nuovo senso della politica” per realizzare la compresenza, il potere di tutti (“omnicrazia”), il “riconoscimento dell’uguaglianza originaria come costitutiva della convivenza umana (178-184). Se si ripudia la violenza come legge della realtà, si pensa al futuro, al riscatto delle vittime, al risanamento delle ferite. La sua politica della responsabilità lo avvicina a Bonhoeffer che ci invitava a levare lo sguardo al futuro: “Per chi è responsabile, la domanda ultima non è: come me la cavo eroicamente in quest’affare [delle violenze e del rischio della sconfitta] ma: quale potrà essere la vita delle generazioni future”? (193).