Storie di ordinaria oppressione
Mi sono svegliata di soprassalto con colpi di fucile sotto la finestra. Difficile riaddomentarsi come se nulla fosse. Ma la mia compagna di stanza mi ha aiutato a razionalizzare. A Hebron è la normalità, tanto vale rimettersi giù. Eravamo ospiti per quella notte in case palestinesi della città vecchia, il viaggio di “Ponti non Muri” è un viaggio dal di dentro. Una casa in pietra bellissima. Pensavo ai bambini con cui avevamo scambiato la sera momenti di affetto, più a gesti che a parole – pochissime le parole di inglese imparate a scuola dalla più grande. Abituati a vivere lì, chiusi tra un check-point, a poche decine di metri, e il blocco della strada vicinissimo dalla parte opposta, con soldati armati anche all’ingresso dell’unica via di uscita, la salita sulla collina dell’abitato storico. Una condizione che rende Al Khalil – il nome arabo, “l’amico di Dio” – credo unica al mondo nella sua follia.
La Grotta dei Padri
Non aveva mai ceduto, Hashem. Era rimasta intatta negli anni la sua volontà di ricostruire Hebron pezzetto per pezzetto, di difendere la sua casa di famiglia di Tel Rumeida, nel centro del suk, e il suo cortile con gli ulivi e gli albicocchi sempre attaccati dai coloni, e di raccontare a tutti l’occupazione in uno dei punti in cui è più feroce. Medico e uomo di cultura, volentieri faceva da guida in città e apriva il suo salotto offrendo un té e molti racconti a chiunque fosse venuto a vedere. Era instancabile. Un punto di riferimento. Il simbolo stesso della “resilienza”, la capacità di sopportare traumi, palestinese. Volevano a tutti i costi che se ne andasse da lì, ma lui, uno dei 48 ancora nella sua casa nel suk, diceva che avrebbe resistito sempre, con la nonviolenza, per essere d’esempio. Negli anni aveva subito di tutto: minacce, pestaggi, irruzioni di coloni in casa, l’arresto del figlio di 5 anni; la moglie, che aveva già perso due bambini per le aggressioni in gravidanza, l’ha dovuta portare lui in braccio a partorire perché l’ambulanza non può arrivare a causa dei blocchi. Non è arrivata neanche per lui, l’ambulanza, quando ha sentito male al cuore il 19 ottobre. Si è dovuto avviare a piedi verso l’ospedale, ma è rimasto coinvolto in un lancio di lacrimogeni. La crisi respiratoria gli è stata fatale. Lo ha accompagnato un corteo immenso. E il pianto disperato di Hebron.
Al Khalil, perla della Palestina per la sua bellezza e ricchezza – il suo simbolo è un grappolo d’uva, segno della fertilità della terra di Canaan – fu condannata a una dolorosa decadenza: vennero chiusi 1.800 negozi, l’80%, del fiorente suk storico, tra cui tutto il settore dei gioielli, e addirittura ai palestinesi venne proibito l’accesso alla sua strada centrale, Shuhada Street. L’abbiamo percorsa, da soli, perché l’amico che ci accompagnava non poteva venire con noi. È una strada fantasma, tutti i negozi sbarrati, le porte un tempo preziose che cadono a pezzi; ai lati, un po’ più in là, i cancelli asserragliati di case con la bandiera israeliana e ovunque cartelli che gridano un’altra narrazione del massacro del 1994. Ma ha qualcosa di surreale anche la parte del suk che il governo ha voluto lasciar sopravvivere. Lo sapevo, avevo visto varie foto, ma starci dentro è un’altra cosa: si cammina sotto un tetto di reti, che raccolgono i rifiuti e gli oggetti, anche sacche di urina, che i coloni dall’alto continuamente buttano giù in segno di disprezzo. Le case ai piani superiori, infatti, sono state occupate a più riprese, molte anche prima della strage, da coloni estremisti, preda di un odio irrefrenabile e inclini alla violenza verbale e anche fisica. Ce ne sono circa 700 in tutta Hebron, e per garantire la loro presenza e totale libertà di azione e provocazione all’interno di una popolazione di 150.000 palestinesi ci sono ovunque soldati, in una proporzione di circa 3 ogni colono.
Repressioni quotidiane
La tensione è continua, la repressione indiscriminata è consuetudine, può arrivare senza preavviso da un momento all’altro, in nome di una “sicurezza” che è sopraffazione. Abbiamo visto filmati impressionanti, con scene di rastrellamenti violenti, anche di minori, che suscitano ricordi di altre immagini più note, che abbiamo bloccato dentro di noi con uno sforzo di autocontrollo. Alle finestre delle case, anche quella in cui ho dormito, grate di ferro che difendono dal lancio di oggetti con cui i coloni sono soliti esprimere il loro disprezzo. Così, soprattutto verso il suk, devono essere anche le porte. Ogni movimento è complicato: passaggi di blocchi per le necessità quotidiane, percorsi lunghi e tortuosi per evitare i luoghi vietati, con i coloni sempre in agguato, a provocare, minacciare, insultare, o colpire materialmente anche i bambini che vanno a scuola.
È disponibile su You Tube il documentario del 2010 This is My Land Hebron di Giulia Amati e Stephen Natanson, vincitore del 14° Festival internazionale del Cinema dei Diritti Umani di Buenos Aires. Da vedere assolutamente se si vuole parlare di Palestina!
Hebron interroga la nonviolenza. Però qui più che altrove appare anche come l’unica via possibile. Vittima dell’odio incontrollato è prima di tutto chi lo pratica, che perde la sua umanità. Ed è per la scelta della nonviolenza che i palestinesi nonostante tutto sono ancora lì.





