Tu non uccidere, ma…
Prendere sul serio il comandamento del “Tu non uccidere” contro eccessive concessioni alla ragion di Stato è un’esigenza che sentono tutti coloro che si sono formati intensamente sul Concilio e sulla Costituzione. Tuttavia non si può far dire ai testi ciò che essi non dicono, né fare forzature in nome di un massimalismo etico che rifiuta la fatica delle distinzioni, in cui consiste in ultima analisi il giudizio morale che poggia sull’etica della responsabilità. Una lezione positiva in merito ce la dà nell’ultimo numero de Il Regno Documenti il padre gesuita americano Drew Christiansen. Il nocciolo del suo intervento è il seguente: l’insegnamento cattolico sulla guerra e la pace si è andato progressivamente trasformando in un “ibrido” di componenti di guerra giusta e non-violenza, “con il reale esaurimento dei mezzi non violenti come condizione necessaria per l’uso della forza come ultima risorsa… La sfida che abbiamo tutti davanti è riuscire a elaborare per noi stessi una concezione moderna della guerra e della pace che vada ben oltre la teoria della guerra giusta e che integri la tradizione della guerra giusta con gli elementi che costituiscono la visione cattolica contemporanea della pace, ossia il rispetto dei diritti umani, l’impegno per lo sviluppo e per la giustizia negli affari internazionali e fattori più nuovi e recenti come la non violenza e il perdono”. Tra Bush e articolo 11 Christiansen non è certo un estimatore dell’Amministrazione Bush e delle sue tendenze unilateraliste: “Molti hanno l’impressione che il governo stia agendo come il proverbiale riparatore che cerca di aggiustare un guasto con il martello perché è l’oggetto che ha a portata di mano. In nessun modo, assolutamente nessuno, gli Stati Uniti possono vincere la guerra contro il terrorismo o persino conservare il rispetto dei suoi alleati se continueranno su questa strada. Per vincere la guerra, dobbiamo intraprendere la pace in modo ancor più vigoroso della guerra”. Tuttavia non è meno preciso nel dichiarare che “L’unica opzione ideale che sembra essere esclusa dal magistero cattolico, anche se resta aperta ai singoli individui che rispondono alla propria coscienza, è quello che io chiamo «pacifismo della non-resistenza», ossia la non-resistenza al male per principio. La premessa cattolica è che ognuno ha la responsabilità di resistere al male pubblico, con la non violenza se ciò è possibile, con l’uso della forza da parte dello Stato se è necessario”. Un’analoga posizione, da costituzionalista, mi sento francamente di esprimerla anche sull’uso dell’articolo 11 della Costituzione. Anzitutto non si può attribuire ai principali esponenti della Costituente una cultura pacifista radicale. Sia de Gasperi che Togliatti intendevano certo reagire contro lo spirito bellicista del fascismo, contro la guerra di aggressione e gli egoismi nazionalistici, ma non intendevano certo rinunciare né ad una possibilità di difesa dello Stato né, attraverso le istituzioni internazionali richiamate dal secondo comma dell’art. 11, a interventi che contemplassero anche l’uso della forza. Lo “spirito di Monaco” che aveva portato le democrazie a cedere a Hitler era anch’esso per loro un errore da ripudiare. Né entrambi, in modo diverso dal punto di vista della fecondità storica, ritennero di doversi sottrarre a una collocazione precisa in termini di alleanze internazionali, anche militari. Chi oggi può sensatamente negare che scelte come quelle della Nato siano state storicamente valide? E, sono pronto a scommettere, man mano che il tempo passa molti faranno autocritica anche sull’opposizione all’intervento in Kossovo, che certo ha presentato varie contraddizioni, giuridiche e non, rispetto a un concetto puro di “ingerenza umanitaria”, ma che ne ha rispettato l’ispirazione di fondo, garantendo il bene possibile. Non è stato “legale”, ma certo è stato “legittimo”. Come scrive il medesimo Christiansen “Negli anni novanta divenne chiaro che la forza poteva essere usata legittimamente per prevenire, frenare e punire il genocidio, la pulizia etnica e crimini analoghi perpetrati da governi e da maggioranze etniche dove intere popolazioni erano a rischio”. Forza e violenza Un conto è rifiutare i semplicismi della logica della “guerra preventiva” anche sulla base dell’art. 11 della Costituzione, un altro ricorrere ad esso con argomenti massimalisti. Una linea più equilibrata nella vicenda irakena, quale quella tedesca e francese, che ha finito per modificare anche la posizione americana, è stata ben più efficace a sollecitare sviluppi diversi. Come ha scritto Giorgio Napolitano su L’Unità del 5 novembre non ci si può infatti proporre “il solo, angusto obiettivo di tener fuori comunque l’Italia, magari invocando un’interpretazione a dir poco dubbia dell’articolo 11 della Costituzione”, in una logica di “pura resistenza e denuncia sul piano nazionale”, ma proporre linee praticabili per “l’Unione europea come attore globale”, quelle stesse che il Presidente Prodi ricordava a Camaldoli, ribadendo tra l’altro la positività dell’intervento, pur colpevolmente tardivo, in Kossovo come segno, pur tra mille difficoltà, delle effettive potenzialità europee. Il punto è proprio questo: in nome del “bene possibile” non si può escludere a priori, sempre e comunque, la minaccia dell’uso della forza e lo stesso ricorso all’uso della forza, la quale si distingue dalla violenza per vari aspetti, tra cui quello di basarsi sugli strumenti (pur imperfetti) del diritto. Meglio un cattivo diritto che nessun diritto.





