TEOLOGIA

Conservatore di sinistra

Arcivescovo della liberazione. Che partiva dalla condizione dei suoi contadini più che da una ideologia. Romero conservatore scomodo ancora oggi. Anche per la Chiesa. Intervista ad Alberto Vitali, uno dei maggiori esperti del vescovo salvadoregno.
Francesco Comina

“Non so se monsignor Romero possa essere definito come teologo della liberazione, sta di fatto che fu con tutta evidenza un arcivescovo della liberazione”. In poche parole don Alberto Vitali – uno dei maggiori indagatori italiani del pensiero di Oscar Arnulfo Romero – scioglie il nodo della controversia storiografica sulla testimonianza del vescovo ucciso venticinque anni fa mentre celebrava la Messa nella cappella dell'hospedalito a San Salvador. Perché le visioni ideologiche non possono rendere conto di una vita vissuta fra le pieghe della storia, di una voce che si è inserita nel mezzo delle voci sofferenti di un popolo bruciato dalla prepotenza e dall'arroganza di una dittatura. E dunque non con gli occhi dell'ideologia può essere interpretata la sua pastorale di liberazione, ma con l'adesione totale alle

La civiltà dell’amore non è sentimentalismo, è la giustizia e la verità. Una civiltà dell’amore che non esigesse la giustizia per gli uomini non sarebbe vera civilizzazione, non segnerebbe le vere relazioni fra gli uomini. Per questo è una caricatura dell’amore quando si vuole accomodare con l’elemosina ciò che si deve per giustizia, accomodare con apparenze di beneficenza quando si sta mancando sul piano della giustizia sociale. Il vero amore comincia con l’esigere, nelle relazioni di coloro che si amano, il giusto
Omelia 12/4/79
attese della povera gente. E in questo senso Romero fu totalmente coinvolto con la teoria e la prassi di liberazione dei movimenti di base, dei gruppi sindacali, delle lotte popolari. Liberazione nel senso ampio e forte che questa parola ha assunto in America Latina, anche nella teologia come nel caso dei libri di Ignacio Ellacuria – il gesuita ucciso insieme ai confratelli dell'Uca dagli squadroni della morte nel 1989 – che più di ogni altro ha offerto spunti di riflessione per la pastorale di Monsignore.

Alberto Vitali, in questi giorni si torna a ripensare alla figura e al messaggio di monsignor Romero. La sensazione è che ancora, dopo 25 anni e con tutte le letture che sono state fatte della vita e dell'opera dell'arcivescovo, ci sia una divergenza di posizioni fra gli storici e i teologi che si occupano del suo "caso". Come mai?
Romero rimane sempre una figura scomoda. È scomodo all'oligarchia, agli Usa, è scomodo per la Chiesa che nell'indirizzare il processo di beatificazione cerca di farlo passare come confessore di fede piuttosto che come martire della giustizia. Romero si è sempre schierato dalla parte del popolo e ha contrastato duramente, tenacemente, tutte quelle visioni politiche ed economiche che privavano la popolazione dei suoi diritti fondamentali. Questa è la sua peculiarità che crea imbarazzo nelle gerarchie ecclesiali, nei circoli dirigenti politici e sociali del mondo. Egli guardava il suo popolo con l'occhio del pastore che guarda la vita negata senza poter tacere. In un'omelia del 1979 Romero prende le distanze dalle accuse di comunismo citando la lettera di Giacomo e dimostrando che si può stare dalla parte dei poveri anche senza essere dei comunisti. Ma nel luglio del 1979 esulta per la vittoria dei sandinisti e riconosce i motivi dell'insurrezione popolare; nel gennaio del 1980 dice con franchezza: "Vogliamo vedere reprimere la destra come sta per essere repressa la sinistra". Romero non è comunista, non abbraccia visioni ideologiche, ma si schiera dalla parte del popolo e dei moti orizzontali che vengono liberati dal popolo.

Ma come poteva essere accusato di comunismo un uomo che aveva posizioni conservatrici, posizioni che l'hanno portato addirittura ad abbracciare l'Opus Dei?
Il rapporto di Romero con l'Opus Dei è interessante, ma va approfondito. Io sono del parere che il legame fra l'arcivescovo e il movimento di Escrivà de Balaguer si snoda in un arco di tempo che va dal '68 al '76. Poi piano piano Romero prende le distanze. E ci sono alcuni passaggi che lo confermano. Quando, nel marzo del 1977, venne ucciso Rutilio Grande, Romero cadde in una profonda prostrazione. La domenica successiva impose che ci fosse un'unica messa in diocesi celebrata da lui nella cattedrale di San Salvador. L'Opus Dei ha disobbedito e ha fatto la messa per i propri aderenti (i ricchi). Romero, che aveva un concetto dell'obbedienza all'autorità ecclesiale perfino maniacale, andò su tutte le furie per questo atto di disobbedienza nei suoi confronti. E qualche tempo dopo, in una conversazione con Jon Sobrino a Roma dopo essere stato emarginato dal Vaticano, disse queste parole: "Questi non capiscono nulla, proprio come l'Opus Dei". Credo che l'atteggiamento dell'Opus Dei nei confronti della decisione di convocare un'unica messa per Rutilio Grande sia stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Da allora il rapporto fra Romero e l'Opera si è fatto molto più intransigente.

È possibile definire una prospettiva teologica di monsignor Romero?
Bisognerebbe fare uno studio attento e scientifico delle sue omelie, che sono strutturate in due parti: una prima parte molto catechetica, un commento alla Parola che segue la teologia tradizionale; una seconda parte di denuncia dei fatti che hanno accompagnato i giorni della settimana con un giudizio pastorale su questi fatti. Ecco, soprattutto negli ultimi anni, questa denuncia pastorale sulla realtà si è arricchita di contenuti teologici nuovi propri di una teologia latinoamericana fortemente ancorata alla teologia della liberazione di Ellacuria. Bisognerebbe studiare questa finestra particolare delle omelie di Romero per capire quanto spessore teologico ci sia nella testimonianza di Romero. Sta di fatto che l'arcivescovo conosceva molto bene

Quando parliamo della Chiesa dei poveri non stiamo pensando a una dialettica marxista, come se l’altra fosse la Chiesa dei ricchi. Ciò che stiamo dicendo è che Cristo, ispirato dallo spirito di Dio, disse: “Mi ha inviato il Signore per evangelizzare i poveri”, per dirci che per ascoltarlo è necessario farci poveri.
Omelia 3/12/78
la realtà delle comunità di base del Salvador e c'è addirittura un ricordo di Antonio Fernandez Ibanez che racconta il volto di Romero ricolmo di lacrime durante un gruppo di preghiera comunitaria: "Io credevo di conoscere il Vangelo – disse Romero in quella occasione – ma sto imparando a leggerlo in un altro modo".

A venticinque anni dall'assassinio cosa resta della lezione di monsignor Romero?
In Salvador le celebrazioni per l'anniversario rispondono più a un bisogno affettivo del popolo che a un vero cambiamento di rotta. Tutte le volte che mi reco in Salvador ho come la sensazione che la popolazione non riesca a tradurre in azioni le parole del loro "santo". Se Romero fosse con noi oggi si schiererebbe sicuramente contro due situazioni incombenti: denuncerebbe il trattato del libero commercio in Salvador e la guerra infinita e permanente di George Bush. L'opposizione al trattato per il libero commercio non sarebbe letto in chiave ideologica da parte di Romero, ma in chiave del danno che questo trattato provoca sulla popolazione. I contadini si stanno impoverendo sempre di più, aumentano le malattie, la fame, la malnutrizione. Il trattato, che apre agli OGM impone anche il copyright sui prodotti concentrati nelle mani della Monsanto. Romero non tarderebbe molto a sollevare lo scandalo di una concentrazione di potere che ammazza i poveri. E poi – ne sono sicuro – sarebbe una delle voci più alte e forti della Chiesa contro la guerra e contro la politica del conflitto infinito e permanente di George Bush.

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