SALVADOR

Perché era mio padre

Sono passati venticinque anni. Dal giorno in cui monsignor Romero fu freddato mentre consacrava l’ostia dell’Eucarestia. Una lettera per dirgli cosa ha rappresentato per l’America latina. E come vanno le cose oggi.

Rodrigo Rivas

Caro Monsignore,
sono passati 25 anni dal tuo assassinio e 13 dalla firma degli accordi di pace che hanno messo fine alla guerra civile nel tuo Paese. Le cose continuano ad andare male, a volte molto male, dovunque. Ci troviamo immersi in un processo

La persecuzione è qualcosa di necessario nella Chiesa. Sapete perché? Perché la verità è sempre perseguitata. Gesù Cristo lo ha detto: “Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi”. E per questo, quando un giorno chiesero a papa Leone XIII, quell’intelligenza meravigliosa dei primi del nostro secolo, quali siano le note che distinguono l’autentica Chiesa cattolica, il Papa disse subito le quattro conosciute: una, santa, cattolica e apostolica. “Aggiungiamone un’altra – disse il papa –, perseguitata. Non può vivere la Chiesa che compie il suo dovere senza essere perseguitata.
Omelia 29/5/77
denominato “Globalizzazione SpA”, che si caratterizza per lo scarso numero dei fruitori, anche se tutti siamo formalmente proprietari della compagnia. C’è tanta gente stufa dell’ingiustizia, della corruzione, della mancanza di senso, delle bugie. I poveri sono sempre tanti, anzi, si moltiplicano. E spesso muoiono, per catastrofi naturali e per quelle provocate, per guerre combattute con i più svariati pretesti, ma fatte sempre per i dané. Quelli delle tue parti, costretti a emigrare, sono ormai, come in altri Paesi dell’area, la prima fonte di entrate dello Stato. E, pur se da queste parti a qualcuno col fazzoletto verde in tasca sembra che vivano da nababbi, sono stanchi anche dal dover emigrare, dall’essere maltrattati, discriminati, derisi, mal pagati. Di rappresentare la maggior parte della popolazione carceraria e di quelli che si ammassano cadendo da impalcature mal protette ecc.
Non c’è soluzione Monsignore? Avrei voluto raccontarti come vanno le cose perché ci aiutassi a trovare delle strade. Ma sarebbe troppo lungo. Allora ti scrivo, brevemente, semplicemente per ricaricare le batterie.

Ci interessate voi
Anni fa, appena arrivato a San Salvador, andai a visitare la tua cattedrale. Era una domenica mattina e la messa era tenuta da Monsignor Rivera y Damas. All’inizio c’era poca gente e tanti giornalisti, soprattutto stranieri. Poi, alla spicciolata, la chiesa si riempì di contadini, uomini e donne, tutti coi vestitini bianchi del giorno di festa. Era un giorno di marzo, come quel 24 sera in cui El Salvador agonizzò con te. E sono stato testimone di uno tra i maggiori avvenimenti politici della mia vita. Sul pulpito, l’ufficiante ti citava, la TV e la radio mandavano tutto in diretta, la città si era paralizzata per ascoltare.
“Fratelli: volete sapere se siete autenticamente cristiani? Con chi vi trovate? Chi vi critica? Chi vi chiude le porte? Chi vi fa entrare in casa?”. “Non ci interessa quanti siete ora in chiesa, non ci interessa la bellezza materiale dei nostri templi. Ci interessate voi, le persone”. “Non ci interessa una massa di gente addormentata, ma vogliamo risvegliare nelle persone il senso della comunità”. “La religione non consiste solo in pregare tanto. Consiste in quella garanzia dell’avere il mio Dio vicino perché faccio

Se c’è un conflitto fra il governo e la Chiesa, non è perché la Chiesa sia un’oppositrice politica del governo, ma perché c’è un conflitto fra il governo e il popolo, e la Chiesa difende il popolo.
Omelia 21/10/79
il bene dei miei fratelli. La garanzia delle mie orazioni è facile da conoscere: come mi comporto col povero? Perché lì c’è Dio.”. “La Chiesa non può essere sorda né muta davanti all’urlo di milioni di uomini che gridano liberazione, oppressi da mille schiavitù”. “Peccato per quelle tante matite vendute, per le tante lingue che attraverso la radio si alimentano della stessa calunnia che producono. Spesso la verità non produce denaro ma amarezza. Ma è meglio essere liberi nella verità che ricchi di denaro nella bugia”. “Un uomo, un popolo per il quale la tenerezza di Dio è scomparsa, un luogo dov’è meglio che non ci sia Dio per poter commettere ingiustizie, per commettere il peccato che Dio punisce, è ispirato direttamente da un ateismo pratico. Perciò, non solo il marxismo è ateo, anche il capitalismo è ateo. Trasforma il denaro in Dio, idolatrare il potere, crea in continuazione dei falsi dei per soppiantare il Dio vero. Viviamo tristi in una triste società atea”. “Prima di essere cristiani, bisogna essere molto umani… Dio non disprezza i fatti concreti. Voler predicare senza riferirsi alla storia del luogo in cui si predica non è predicare il Vangelo. Molti vorrebbero una predicazione così spirituale da lasciare soddisfati i peccatori, una predicazione che non dica nulla agli idolatri inginocchiati al cospetto del denaro e del potere… In tempi conflittuali come i nostri, avanzano gli adulatori, i falsi profeti, quelli che si sono venduti preventivamente la matita e la parola. Ma quella non è la verità”. “I cristiani non hanno paura di combattere. Sanno combattere, ma scelgono il linguaggio della pace. Tuttavia, quando una dittatura attenta gravemente contro i diritti umani e il
Nunziatura e Opus Dei
- Tre giorni senza lezioni?! Capricci da comunista! A chi è venuta in mente questa bravata!
L’oligarchia gridò in alto. Oltre a celebrare la messa unica, si prese collettivamente la decisione di sospendere le lezioni nei collegi cattolici i tre giorni precedenti alla messa perché gli alunni riflettessero insieme sulla situazione del Paese. La tensione tra gli antichi amici di Monsignor Romero saliva.
Oppresso, ma convinto, Monsignore decise di andare di persona a comunicarlo al nunzio Emmanuele Gerada che quella della messa unica era una decisione definitiva. Chiese a quattro sacerdoti che lo accompagnassimo per aiutarlo a spiegarsi meglio.
Il nunzio non c’era. Ci ricevette il suo segretario, un prete italiano che si sedette di fronte a Monsignor Romero con faccia da inquisitore. Sebbene avesse di fronte l’arcivescovo, non fece nulla per dissimulare la sua irritazione.
Per iniziare, gli spiegammo uno per uno gli argomenti che avevamo trattato nelle riunioni, i pro e i contro.
- Va bene! – rispose stizzito – questo della messa unica ha vari livelli. C’è il livello pastorale, il livello teologico: voi avete impostato molto bene questi due livelli, ma manca il più importante!
Quale poteva essere? Non me ne rendevo conto.
- Il livello giuridico! Il livello canonico! Il livello normativo! Qui manca la legge!
E quell’uomo iniziò ad argomentare che Monsignor Romero non aveva l’autorità, per le leggi della Chiesa, per dispensare nessuno dall’andare alla messa della domenica, né poteva privare nessuno del diritto di assistere alla messa. E da lì, si mise a sgridarlo, urlando!
Io insistetti che le circostanze erano molto speciali, che era un’ora di repressione, che dovevamo dare speranza al popolo e che in una situazione tanto critica gli aspetti legali erano completamente secondari…
- Il sabato è per l’uomo e non l’uomo per il sabato, gli ricordai.
Ma lui sordo, seguì con i rimproveri, le leggi, i diritti, le dispense, i codici e gli incisi dei codici…
Monsignor Romero rimase in silenzio. Parlò solo alla fine:
- La prego che comunichi al Signor nunzio che ci sarà una messa unica. Che questa è la decisione di quasi tutto il clero e anche la mia, che sono colui che ha la responsabilità ultima nell’arcidiocesi.
Nessuno parlò più. Quando uscimmo dalla nunziatura, Romero ci disse:
- Questi sono come quelli dell’Opus: non capiscono!
Jon Sobrino
bene comune, quando vivere diventa insopportabile e si chiudono i canali del dialogo, della comprensione, della razionalità, quando tutto questo avviene, allora la Chiesa parla del legittimo diritto alla insurrezione”. E poi, le frasi famose universalmente, dette la sera precedente il suo sacrificio, la sera del 23 marzo 1980: “Mi rivolgo specialmente ai soldati… Fratelli… davanti all’ordine di uccidere, deve prevalere la legge di Dio che dice: non uccidere. Nessun soldato è obbligato a obbedire a un ordine che attenta contro la legge di Dio… Quindi, in nome di Dio e in nome di questo popolo sofferente… vi supplico, vi prego, vi ordino: cessi la repressione!”.

Tutti latinoamericani
Ricordo di essere uscito sconvolto da quel povero palazzo. Guardandomi attorno, mi sembrò innegabile che i latinoamericani “siamo una sola razza perché condividiamo un’unica luna, un passato e una memoria”, come afferma solennemente e a ritmo di salsa il panamense Ruben Blades. Guardandomi attorno, mi accorsi ancora una volta che si tratta di una curiosa regione della terra. Particolare, come tutte. Differente da qualsiasi altra, come tutte. A partire dal nome, perché i latinoamericani si definiscono tali per scelta, anche per pura e semplice opposizione culturale ai WASP statunitensi, non per ragioni etniche o linguistiche che sarebbero assai discutibili. Latinoamericani tutti, quelli con gli occhi a mandorla e quelli che rispondono al prototipo immaginario di qualche provinciale europeo, quelli biondi e quelli neri, quelli degli altopiani, i mulatti, gli uomini del fiume e quelli dei canali vicini al Polo sud… Ed è chiaro che questo esserlo tutti non è solo una conseguenza, ma costituisce anzitutto una scelta, naturale o meditata.
Nella zona più meridionale del Cile, laddove secondo Magellano ogni sera si accendevano magicamente e contemporaneamente un’infinità di fuochi, laddove campeggia il trauco, secondo la tradizione locale un piccolo dio che si dedica a mettere incinte le ragazze vergini senza nemmeno risvegliarle, laddove mare e montagna – ma non di rado anche il cielo – pranzano assieme, e dove quindi tutto diventa possibile, qualche notte si sente urlare coralmente un ammonimento: “Chi non conosce la propria storia, è destinato a ripeterla”. Probabilmente, il peruviano Manuel Scorza avrebbe potuto spiegare meglio questo fenomeno, rammentando la storia reale di “Garabombo, l’invisibile”. Più modestamente, senza provare ad addentrarmi in cosmogonie, letture circolari della storia e altre complicate questioni, venendo fuori da quella chiesa mi sono detto che, seppur è vero che la politica può spiegare molte cose, non è affatto vero che può giustificare tutto. Che ha, dovrebbe avere, una dimensione etica.

Risvegliargli l’anima
Mi ricordai pure che, come anche i bambini sanno, il colonnello Aureliano Buendía, protagonista indiscusso dei primi “Cent’anni di solitudine” della Colombia, aveva combattuto 47 guerre civili. E le aveva perse tutte. Che aveva avuto trenta figli maschi. Che erano stati assassinati tutti in una sola notte. Che aveva bevuto più volte delle dosi di stricnina che avrebbero ammazzato un cavallo, ma non aveva mai subito grandi conseguenze. Che era stato condannato quaranta volte al plotone di fucilazione, ma era riuscito a salvarsi sempre, all’ultimo momento… Come tutti, anch’io so che, quella sera, ricordando la prima volta che suo padre l’aveva portato “a vedere l’ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia”, dove scoprì che “le cose hanno vita propria e si tratta soltanto di risvegliargli l’anima”, pensò all’ennesimo plotone di fucilazione che avrebbe dovuto affrontare il giorno dopo (“il martedì è una delle poche cose che arriva sempre”) e si rese conto che aveva perso tutto, salvo la voglia di battersi ancora e la convinzione che la prossima volta sarebbe potuta andare diversamente. Il colonnello pensò, cioè, o almeno così l’immagino, che la necessità di giustizia, anche quando è confusa, poco accademica, non politicamente corretta, non è mai il frutto – solo – dell’ostinata insistenza di qualche invecchiato e sorpassato reduce, di qualche idea che ha dormito male o dell’eccesso di farmaci e/o alcol. Che, viceversa, si tratta di un bisogno che percorre come una lama tagliente tutta la lunga storia degli uomini. Aureliano vedrebbe questa necessità in atto anche oggi, quando la mondializzazione degli scambi, della cultura e della delinquenza, sembrano aver tolto ogni spazio all’immaginazione collettiva e ridotto la politica a una pura dimensione contabile, a una gara sul “migliore amministratore del condominio”, moderna versione del “mamma, sono uno”. E forse avrebbe insinuato che, se la trasformazione necessaria non può che venire dalla politica, quest’ultima non può essere assimilata soltanto – né fondamentalmente – alla fredda analisi della realtà, alla pura “scienza del possibile”, ma deve essere anche progetto, sogno, pulsione collettiva, capacità premonitrice e profetica in grado di diventare realtà. Ci serve ricordarlo nei giorni in cui un ministro della repubblica, già allora alla frutta, è arrivato ad affermare (salvo smentita di rigore successiva) che “bisogna cannoneggiare le navi che trasportano immigrati... Il terzo avviso deve essere bum”.

Perché era mio padre
Ricordai anche che, poche ore dopo la tua uccisione, nell’Amazzonia brasiliana Dom Pedro Casaldaliga scrisse il primo poema dedicato a “San Romero delle Americhe”. “Povero pastore glorioso, assassinato a soldo, a dollaro, a valuta, come Gesù per ordine dell’Impero”. Ricordai che avevi appena finito l’omelia, quando tuonò un fucile. Ricordai che dopo i militari spararono contro la folla che assisteva alla tua messa funebre. Ricordai le cronache su quella messa, celebrata da trenta vescovi e trecento sacerdoti e seguita da duecentocinquantamila persone congregate nella vicina Plaza Libertad, e interrotta dalle bombe e dalle pallottole partite dal palazzo presidenziale. Ricordai…
Forse anche per interrompere il flusso dei ricordi, sono andato al cimitero a trovarti. Incrociai un vecchio malvestito, che puliva la tua tomba con i resti di una manica della sua camicia. Era ancora mattina presto. Quando la tua lapide era diventata brillante gli ho chiesto “Ma, perché lo fai?”. “Perché era mio padre. Vedi, io sono solo un povero. A volte lavoro nel mercato portando qualunque cosa con una carriola, altre volte chiedo l’elemosina. E a volte mi spendo tutto in liquore e mi passo la notte buttato per strada… Ma poi mi rianimo sempre, perché ho avuto un padre! Un padre che mi ha fatto sentire persona. Perché amava quelli come me e non gli facevamo schifo. Perché ci parlava, ci toccava, ci faceva domande. Perché si vedeva lontano un miglio che mi voleva bene. Per questo gli pulisco la tomba. Come d’altronde fanno i figli”.

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