MONS. ROMERO
La differenza fondamentale
Si identificò con i poveri. Fino a chiamarli per nome. Fino a condividere le loro ingiustizie. Mons. Romero fu ammazzato per questa scelta. Breve storia di una Chiesa incarnata. Come poche altre.
Ettore Masina
L’ultima domenica di Romero
Questa è stata una giornata piena di lavoro pastorale e di grandi soddisfazioni. La messa nella basilica è durata fino alle dieci e un quarto. Capisco di essere stato molto lungo nella predica, ma i temi, il dover mettere a fuoco una realtà così complicata e l’attenzione della gente mi spingono ad approfittarne per spiegare sempre più profondamente la catechesi della quaresima, la considerazione del mistero di Cristo, in preparazione alla settimana santa, e anche i criteri cristiani per affrontare le realtà così complesse della nostra patria. Oggi ho denunciato la repressione, che non diminuisce affatto, ma che sta aumentando e che sta causando tante sofferenze: la Chiesa non può non denunciarla. Ho parlato anche della riforma agraria in atto: la Chiesa l’approva ma desidererebbe che non fosse accompagnata da quei risvolti repressivi che rendono il processo poco credibile alla gente che si sente poco colpita dal governo […] Ho parlato anche di altri aspetti della vita della Chiesa, che è stata particolarmente intensa in questa settimana, e della vita civile…” Dal resoconto di domenica 16 marzo 1980, otto giorni prima dell’omicidio, tratto dal Diario di mons O. A. Romero, ed. la meridiana, Molfetta.
Storia di un santo martire
Monsignor Romero nasce il 15 agosto del 1917, in un paese di mille abitanti al confine con l’Honduras (per un approfondimento si veda la biografia di Ettore Masina, cui qui si è fatto ampio riferimento: E. Masina, L’arcivescovo deve morire, EGA, Torino, 1996). Taciturno, basso di statura, con la pelle scura dei meticci, dopo un’infanzia segnata da un’oscura malattia, entra presto in seminario e, nel 1937, viene mandato a Roma, studente alla Gregoriana. Tornerà in patria solo nel 1943, dopo aver visto da vicino le tragedie della seconda guerra mondiale. Ad aspettarlo c’è un Paese ancora congelato dal regime del generale Hernandez, l’uomo che verrà rovesciato da un golpe sostenuto dall’aristocrazia del Paese: 14 famiglie che controllano praticamente tutto il Salvador. Quasi indifferente alle vicende politiche, il giovane sacerdote non nasconde in quel periodo le simpatie per l’Opus Dei e per gli ambienti più conservatori della Chiesa. La stagione del Concilio Vaticano II desta qualche preoccupazione in Romero, perché vi intravede il rischio di una frattura con la tradizione della Chiesa e anche per questo si scontra con il nuovo vescovo di San Miguel. Poco dopo, nominato monsignore, viene trasferito a San Salvador con l’incarico di segretario della Conferenza Episcopale Salvadoregna. Infaticabile, nonostante la fragile salute, viene presto nominato anche Segretario dell’Episcopato dell’America Centrale, e infine riceve l’incarico di vescovo ausiliare della capitale. Romero in questi anni prende le distanze da ogni prospettiva teologica sbilanciata politicamente. Gli risulta difficile pensare come plausibili le posizioni di una teologia della liberazione che accentua la dimensione critica del messaggio di Gesù: troppo alto, pensa, il rischio di un inquinamento marxista della teologia. Nell’America Latina di Medellìn, che aveva posto al centro della vita della Chiesa l’opzione preferenziale per i poveri, Romero sembra tutto teso a combattere gli eccessi più che a cogliere il significato profondo di quei cambiamenti epocali. Nel febbraio 1977 Oscar Romero è nominato arcivescovo della capitale. Venti giorni dopo, la morte di padre Rutilio Grande, assassinato assieme a un vecchio e a un bambino dagli squadroni della morte, costringe l’arcivescovo, forse per la prima volta nella sua vita, ad alzare la voce. Non si tratta per Romero di una conversione “emozionale”, ma di una sorta di immersione nella storia della sofferenza del suo popolo. Come ebbe a dire Sobrino, uno dei maggiori teologi latinoamericani, Romero “cominciava il suo ministero anziché in mezzo a solenni celebrazioni, in mezzo a sequestri, torture, espulsioni di sacerdoti e, adesso, nel sangue di uno dei sacerdoti che meglio aveva conosciuto”. Dopo la tragica scomparsa di padre Grande si apre per Romero una stagione nuova, nella quale tutte le energie vengono spese per difendere un popolo che è quotidianamente esposto al pericolo di morte. Romero, in questa immersione negli avvenimenti, non tradisce l’austera disciplina e non rinuncia alla spiritualità in nome della lotta politica. Ma la disciplina interiore, la spiritualità profonda, la severità con sé stesso, vengono messe al servizio di un Vangelo scomodo, che annuncia la giustizia e difende il diritto alla vita. Vanno cercate in questi tre intensissimi anni le radici della provocatoria eredità di Romero. Per Romero non esiste alcuna realtà politica che incarni immediatamente le esigenze del Vangelo; al contrario il Vangelo costituisce la riserva critica su ogni realizzazione politica. Questo sguardo disincantato permette a Romero una libertà straordinaria, che lo conduce a scrivere al presidente Carter una lettera memorabile in difesa del suo popolo, o a chiedere, il giorno prima di essere ucciso, che ogni soldato non alzi più le armi contro il popolo salvadoregno. Il rifiuto di una neutralità colpevole porta con sé la consapevolezza che fra oppresso e oppressore non esiste una ragionevole via di mezzo. La persecuzione e il martirio non sono la conseguenza di un dolorismo aristocratico, ma l’inevitabile rischio di una sequela che sceglie la responsabilità per il mondo. Per questo Romero afferma che non si possono sottovalutare le strutture di peccato. Esse non sono la semplice somma dei peccati dei singoli, ma la “cristallizzazione degli egoismi individuali in strutture permanenti che schiacciano la grande maggioranza dei popoli”. Chi raccoglie, oggi, l’eredità di Romero? Alberto Conci
Non basta
Non basta che i poveri ti conoscano e ti chiamino per nome, è importante che tu li conosca, e ne sappia la storia e ne sappia il nome. Dom Helder Camara
Santiago de Maria
Camminavamo per via della Conciliazione. In fondo, la cupola del Vaticano. Era notte. Io sentivo che quel freddo, l’oscurità il silenzio favorivano le confidenze. Osai farlo parlare. - Monsignore, lei è cambiato, si nota in tutto… cosa è successo? Mi avventai come un tacchino sul grano. - Perché cambiò Monsignore? - Vede, padre Jerez, anch’io mi faccio la stessa domanda nella preghiera… – si fermò e rimase in silenzio. - E ottiene qualche risposta Monsignore? - Qualcuna si… è che ognuno ha le sue radici… io nacqui in una famiglia molto povera. Ho provato la fame, so cosa significa lavorare da bambini… Da quando entrai in seminario e iniziai gli studi – mi mandarono qui a Roma per terminarli – passai anni tra i libri e dimenticai le mie origini. Mi feci un altro mondo. Poi, tornato in Salvador mi diedero la responsabilità di segretario del vescovo di San Miguel. Passai là ventitré anni sommerso tra le carte. E quando mi chiamarono a San Salvador come vescovo ausiliare caddi nelle mani dell’Opus Dei, e lì rimasi… Camminavamo lentamente, mi sembrava che Romero avesse voglia di continuare a parlare. - Mi mandarono poi a Santiago de Maria e lì si che tornai a scontrarmi con la miseria. Con quei bambini che morivano per l’acqua che bevevano, con quei contadini maltrattati durante i raccolti… E sa, padre, il carbone diventato brace si riprende al primo soffio. Non fu poco quello che successe appena diventato arcivescovo; il fatto del padre Grande. Lei sa che io lo apprezzavo molto. Quando vidi Rutilio morto, pensai: se l’hanno ucciso per quello che faceva mi tocca andare per la sua stessa strada… cambiai, ma fu anche un ritorno… Continuammo in silenzio. La luna nuova poneva un accento di luce nel cielo romano. César Jerez





