CHIESA

Chi ha paura dei cattolici per la pace?

Da una parte il Papa. Con tanti credenti,
convinti nel dire no alla guerra.
Dall’altra…
Alberto Vitali

È con pudore e quasi imbarazzo che inizio questa riflessione, mentre le bombe cadono sull’Iraq e squartano i suoi abitanti… Ormai vorremmo soltanto tacere e pregare, con la tentazione inconfessata di scappare. Ma è proprio la preghiera a ributtarci nella storia, obbligandoci ad assumerla, e a fare nostra la prospettiva delle vittime, quale orizzonte etico per giudicarla. È dunque un compito urgente, perché “dopo”, quando la tempesta sarà finalmente passata, rischieremo di perderci nuovamente nei nostri astrattismi, camuffati di razionalità; di indulgere alle buone maniere, perfino alla condiscendenza… meno pressati, come saremo, dall’angoscia di apprendere, a ogni istante, che qualche gruppo di bambini e donne è stato dilaniato al mercato, sulla porta di casa o perfino dentro un ospedale. Dopo, potrebbe essere troppo tardi…

Quali “derive ideologiche”?
È dunque “questo” il tempo per avviare una seria riflessione “intra-ecclesiale” – che certo non disconosce la necessità di svilupparla anche a livello sociale e politico – su cosa significhi essere pacifisti oggi; se sia possibile esserlo da cristiani, da (C) Olympia cattolici; se addirittura non sia doveroso esserlo; e se sia necessario esserlo da soli o si possano condividere tratti di cammino con altri “uomini e donne di buona volontà”, che si riconoscono in diverse tradizioni religiose o appartenenze sociali e politiche. Soprattutto, dovremmo chiederci fino a che punto sia lecito “giocare con le parole”, in determinati momenti storici. La necessità di tale riflessione e confronto risulta ancora più urgente se consideriamo la molteplicità di giudizi – non di rado contraddittori – che sono emersi, in queste settimane, all’interno della chiesa. Anzitutto la ferma presa di posizione del papa, che non si è mai risparmiato nell’esprimere la propria totale e risoluta condanna contro la guerra; senza limitarsi a una condanna morale, ma impegnando a fondo la diplomazia vaticana. Rivolgendosi poi ai cappellani militari, lo scorso 25 marzo, ha anche espresso un giudizio inequivocabile sul movimento a favore della pace: “Dovrebbe essere ormai chiaro a tutti che la guerra come strumento di risoluzione delle contese tra gli Stati è stata ripudiata, prima ancora che dalla Carta delle Nazioni Unite, dalla coscienza di gran parte dell’umanità, fatta salva la liceità della difesa contro un aggressore. Il vasto movimento contemporaneo a favore della pace traduce questa convinzione”.
Di carattere diverso risultano invece gli interventi di altri prelati che, trincerandosi dietro generiche esortazioni, hanno lasciato piuttosto trasparire la preoccupazione di misurare i toni e le sfumature; nonché l’intento di esortare i cattolici a non “mischiarsi” con la piazza pacifista, paventando il pericolo di non meglio precisate “derive ideologiche”. Ancora maggiore è apparsa la distanza tra la fermezza del giornale ufficiale della S. Sede e il principale quotidiano cattolico italiano, che spesso non s’è mostrato all’altezza di essere una degna eco delle parole del papa; tradendo piuttosto un certo imbarazzo e comunque sempre attento a inserirle in un contesto che ne riassorbisse i toni.

Paure anacronistiche?
E a farci maggiormente soffrire è stato, certamente, il fatto che insistenti riferimenti a un “ingenuo e/o scorretto pacifismo” siano venuti anche da persone che godono della nostra stima e fiducia; persino all’interno di riflessioni o discorsi che andavano in tutt’altra direzione: quasi una sorta di corpo estraneo, obbligato, che proprio non poteva mancare. Ben inteso, non intendo lamentare indiscriminatamente ogni invito a un attento e prudente discernimento, doveroso più che lecito, ma una eccessiva – e perciò sospetta – insistenza, giocata sui toni del detto/non detto, del non dichiarato ma fatto intuire, che lasciano trasparire qualche cosa di più… finanche un vero e proprio giudizio. E allora è più che mai doveroso fare memoria del monito di Gesù: “Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno” (Mt 5,37).
Diciamoci cioè, in maniera chiara e una volta per tutte, quali siano le reali preoccupazioni che si celano dietro le tanto paventate “derive ideologiche”. A giudicare dall’uso corrente del termine “ideologia”, si dovrebbe pensare che la paura possa essere quella che i cattolici in piazza si lascino contaminare da qualche sopravvissuto aspetto dell’ideologia comunista; soprattutto ricordando le origini di un certo pacifismo che affonda le proprie radici in diversi congressi dell’internazionale socialista e nelle riflessioni teoriche di autorevoli esponenti del marxismo del XIX secolo. La preoccupazione mi sembrerebbe però alquanto anacronistica. Al contrario il materialismo e l’edonismo, con la loro possibile e reale deriva ateistica – preoccupazione non solo lecita, ma opportuna – vengono piuttosto propinati dall’ideologia neoliberale, che però è su posizioni belliciste. A preoccuparmi, da prete, è semmai un altro aspetto: se davvero si ritiene che i cattolici potrebbero svendere così in fretta i propri principi etici o perdere altrettanto velocemente la propria identità, allora questo sì, sarebbe un sintomo allarmante di una fragilità spaventosa, ma il problema assumerebbe dimensioni superiori e diverse da quelle in questione. Sarebbe comunque perfettamente inutile – oltre che privo di senso – rinchiudere i cattolici nelle sacrestie, per tentare di salvare il salvabile... A ridarci fiato è l’aspetto più costruttivo della questione, espresso da alcuni autorevoli esponenti della gerarchia cattolica, che hanno saputo indicare alcuni punti concreti su cui elaborare strategie ecclesiali di pace.

Nel vivo della questione
Così l’arcivescovo Martino, presidente della Pontificia Commissione Justitia et Pax, al convegno promosso dalla diocesi di Milano sulla Pacem in terris, dopo aver sottolineato che la chiesa è pacificatrice, non pacifista, è però entrato nel vivo della questione: la chiesa – come espresso da Giovanni XXIII e ribadito da Giovanni Paolo II – rifiuta la guerra come strumento per dirimere le contese fra gli Stati. Rifiuta l’idea stessa di guerra preventiva, che in nessun modo rientra nella tipologia delle guerre di difesa. Invoca il disarmo integrale (delle armi e degli spiriti), il compimento del trattato di non proliferazione; mentre alla logica della deterrenza – in passato – ha riconosciuto valore solo per un periodo molto limitato nel tempo, rifiutandola come condizione permanente… Purtroppo però non tutti la pensano come lui o come il card. Tettamanzi, che a sua volta ha espresso un “no” categorico all’accettazione della guerra: “Esprimiamo, dunque, un ‘sì’ convinto alla pace e a tutto ciò che è necessario perché si realizzi e, insieme, un ‘no’ deciso a quanto la turba o la distrugge”, invitando poi a educare la propria coscienza, conoscendo e approfondendo la dottrina sociale della chiesa sulla pace e sulla guerra…
Tutto ciò non può che trovarci in perfetta sintonia, dal momento che il nostro è un “pacifismo” critico, fondato sulla fede e la giustizia del Regno di Dio; che giudica da questa prospettiva le guerre attuali e identifica le loro cause negli squilibri economici da cui oggi è flagellata l’umanità; squilibri che vengono esasperati dall’attuale sistema economico. In questo sì, siamo guidati dalla dottrina sociale della chiesa (Populorum progressio, Laborem exercens, Sollicitudo rei socialis, Centesimus Annus, Evangelium Vitae… oltre a tutti i discorsi pronunciati dal papa nell’anno del Giubileo) e perciò il nostro giudizio sfocia inevitabilmente in quella condanna totale e inappellabile dell’uso della guerra, già sopra menzionata (cfr. Pacem in terris, 67).

Che cosa è in gioco
Il problema non è quindi di dottrina o di sostanza. Ma di cosa allora? Non potrà nemmeno limitarsi a una questione di simpatie o interessi politici, troppo indegna – quando il prezzo è sangue innocente – per essere anche solo presa in considerazione... Del resto già Giovanni XXIII si era espresso sulla possibilità di alleanze trasversali quando è in gioco il perseguimento di valori comuni e superiori, quali la giustizia e la pace. A questo proposito, per Raniero La Valle, “la Pacem in Terris ha disegnato lo statuto dell’incontro, tra le ideologie, le culture, le fedi, e lo ha propugnato sostenendo che i movimenti storici sono più creativi e capaci di intese di quanto non lo siano le loro dottrine, e dicendo che un incontro giudicato ieri non possibile o non fecondo, lo può essere oggi o lo possa diventare domani”.
È perciò urgente, a mio avviso, affrontare la questione, perché nessuna incomprensione possa ostacolare quanto i cattolici possono e debbono fare nel perseguire la pace. Non vogliamo infatti ignorare che il monito espresso dal Vaticano, a proposito dell’ultimo conflitto, vale inevitabilmente per tutti. Non solamente quanti si sono assunti l’orrenda responsabilità di volere a ogni costo questa guerra, ma anche noi dovremo rispondere – di ogni parola non espressa, di ogni gesto incompiuto per titubanza o tornaconto – alla nostra “coscienza, alla storia e soprattutto a Dio”.

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