Un'Enciclica per il nostro tempo
Per comprendere il valore soprannaturale e storico di questa nuova Enciclica di Giovanni XXIII, bisogna situarla – come già facemmo per la Mater et Magistra – nel contesto della storia presente della Chiesa e delle nazioni. Essa, infatti, è in rapporto organico, profondo con la stagione attuale della Chiesa e dei popoli: si radica, per così dire, nella terra tanto misteriosa e feconda di questa stagione: di questa stagione storica è essa stessa, nel medesimo tempo, un segno rivelatore e uno strumento edificatore: strumento, al tempo stesso, di semina e di mietitura. Situata in questo contesto prospettico della storia presente e futura della Chiesa e delle nazioni, questa Enciclica mostra una struttura inedita e singolare per documenti di questa natura: mostra, cioè, la struttura di un manifesto: il manifesto, per così dire, del mondo nuovo: un manifesto con cui Giovanni XXIII invita tutti gli uomini e tutti i popoli – senza discriminazione e senza esclusione alcuna: cattolici e non cattolici; battezzati e non battezzati; credenti e non credenti – a dare il loro contributo per l’edificazione della nuova casa mondiale dei popoli: una casa che, a partire da oggi e pel corso indefinito delle generazioni e dei secoli, è destinata a ospitare, nella feconda pace e nella articolata unità, l’intiera famiglia delle genti. Un manifesto per il mondo Questa enciclica ha la struttura di “manifesto”: un manifesto dominato da tre idee direttrici che, come tre pilastri e come tre lampade, internamente lo strutturano e lo illuminano. La prima idea, base e punto di partenza di tutto il documento, è quella della unità organica – e, perciò, articolata solidale – della intera famiglia delle nazioni. Il corpo della famiglia umana è unitario come è unitario il corpo intiero della creazione! La legge dell’ordine – cioè, appunto, dell’unità articolata – presiede così alla creazione degli astri come a quella della famiglia degli uomini. Ecco l’idea base dell’Enciclica. Non si dimentichi la coincidenza non casuale, ma voluta, con la ricorrenza del giovedì santo: cioè del giorno sacro della rivelazione del Corpo mistico (“Io sono la vite, voi i tralci”) della preghiera dell’unità (per la Chiesa e per il mondo), e dell’istituzione dell’Eucarestia: sacramento dell’unità della Chiesa e dell’illuminazione dei popoli. La seconda idea è dettata da una constatazione che è insieme, per così dire, “profetica” e storica: cioè dalla constatazione del fatto che il genere umano è entrato in una stagione storica totalmente nuova e di dimensioni sconfinate: stagione nella quale, malgrado immense resistenze, si sanano irresistibilmente le fratture che avevano spezzato nei secoli scorsi l’unità della Chiesa e del mondo. Una stagione, perciò, nella quale questa unità della Chiesa e di tutto il genere umano viene irresistibilmente ricomposta. L’albero dell’unità dei popoli rifiorisce: e rifiorisce, con esso, “ineluttabilmente”, l’ulivo della pace. La guerra è fisicamente impossibile (sotto pena della distruzione fisica della terra): il negoziato, il disarmo, la pace, sono perciò inevitabili: non c’è – provvidenzialmente – alternativa al negoziato e alla pace. Questa fioritura dell’albero dell’unità e dell’ulivo della pace costituisce il più manifestativo, in certo senso, segno dei tempi: il segno, cioè, che definisce in modo inequivocabile la stagione di primavera e di estate (per usare la celebre immagine di Pio XII), in cui ha già fatto ingresso (malgrado tutto!) la storia della Chiesa e del mondo. Non è un caso, ma una provvidenziale indicazione, il fatto che proprio in questa stagione è fiorito e fiorisce il Concilio Vaticano II: cioè, in certo senso, il segno più chiaro e lo strumento più efficace della ricomposizione dell’unità nella famiglia cristiana dei popoli: e non solo in essa; ma altresì, in un certo modo, nella intiera famiglia dei popoli di Abramo e nella intiera famiglia degli uomini. Segni dei tempi A questo tanto marcato “segno dei tempi” si coordinano – come l’Enciclica fa – altri segni: essi pure determinanti per la definizione di questa nuova stagione storica del mondo. E cioè l’ascesa non solo economica, ma altresì sociale, culturale e politica (quali soggetti della storia!) delle classi lavoratrici; l’ingresso della donna nella vita pubblica, l’irresistibile ascesa storica – quindi politica, oltre che economica, sociale e culturale – dei popoli nuovi: dell’Africa, dell’Asia e di ogni continente. Una stagione storica nuova perciò è sorta: questa genesi è contestabile: segni inequivocabili la manifestano: gli agricoltori cioè tutti i popoli, tutti gli uomini e in primo luogo le loro guide devono, nel pensiero e nell’azione, adeguarsi a essa. Come? Tessendo un vestito nuovo – non mettendo toppe nell’antico! – adatto al nuovo, tanto accresciuto, corpo delle nazioni.





