MUSICA

Come cantava il '68

La canzone beat che pose le basi della rivoluzione sessantottina
Vincenzo Dell'Olio

1968. L’anno del cambiamento. Quello per cui 35 anni dopo c’è gente che con aria fiera dice: “io c’ero”. Non in un luogo o a un avvenimento, ma nello spirito,

Dio è morto - di F. Guccini
Ho visto la gente della mia età andare via lungo le strade che non portano mai a niente cercare il sogno che conduce alla pazzia nella ricerca di qualcosa che non trovano nel mondo che hanno già lungo le notti che dal vino son bagnate dentro alle stanze da pastiglie trasformate lungo le nuvole di fumo di un mondo fatto di città essere contro ed ingoiare la vostra stanca civiltà È un dio che è morto ai bordi delle strade, Dio è morto nelle auto prese a rate, Dio è morto nei miti dell’estate, Dio è morto Mi han detto che questa mia generazione ormai non crede in ciò che spesso ha mascherato con la fede dei miti eterni della patria e dell’eroe perché e venuto ormai il momento di negare tutto ciò che è falsità le fedi fatte di abitudini e paure una politica che è solo far carriera perbenismo interessato la dignità fatta di vuoto, l’ipocrisia di che sta sempre con la ragione e mai col torto È un dio che è morto nei campi di sterminio, Dio è morto coi miti della razza, Dio è morto con gli odi di partito, Dio è morto Ma penso che questa mia generazione è preparata un mondo nuovo e ad una speranza appena nata ad un futuro che ha già in mano una rivolta senza armi perché noi tutti ormai sappiamo che se Dio muore per tre giorni poi risorge In ciò che noi crediamo, Dio è risorto In ciò che noi vogliamo, Dio è risorto Nel mondo che faremo, Dio è risorto Dio è risorto, Dio è risorto, Dio è risorto, Dio è risorto.
dentro. In Italia, in realtà, il sessantotto si visse qualche anno più tardi, ma, dal punto di vista musicale, le prime tracce della ribellione appaiono come fenomeno di massa già nel 1966, quando Franco Migliacci e Mauro Lusini scrissero il testo di C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones. La canzone fu cantata da un Gianni Morandi inedito. Il cantante bolognese era il classico interprete di testi facili e sentimentali come La fisarmonica e Se non avessi più te, per cui la sua avventura folkbeat fu scoraggiata da più parti. L’ostacolo più grande venne dalla Rai, la cui censura si scagliò contro il testo eccessivamente esplicito, che citava la guerra in Vietnam, che proprio in quegli anni stava scrivendo alcune fra le pagine più sanguinose della storia contemporanea. Le idee e le atmosfere evocate, tipiche della gioventù dell’epoca, contribuirono a un successo senza precedenti per una canzone di questo tipo e soprattutto senza confini, dato che fu ripresa dalla celebre Joan Baez che la consacrò quale inno alla pace. L’anno successivo fu un ispiratissimo Francesco Guccini a scrivere, o forse sarebbe più giusto dire, a scolpire Dio è morto, una canzone che basta, da sola, a parlare dei nuovi ideali. La vita sospesa on the road alla ricerca del proprio equilibrio e dell’utopica convivenza globale, l’Urlo di Ginsberg e il mondo di Kerouac, la folla solitaria, come la definisce il sociologo americano Riesman, tutto in un mosaico di parole e musica concitate che si accompagnano fino alla laica, resurrezione finale. Il brano fu portato al successo dai Nomadi, ma non senza incappare nella sempre attiva censura della Rai che, frettolosamente, ne considerò offensivo il testo. La riprova del bigottismo dei detrattori di allora fu la sua diffusione da parte di Radio Vaticana, che invece l’apprezzò per i suoi contenuti come pure fece papa Paolo VI. In quegli anni oltre al conflitto e alla morale, anche il ruolo femminile fu sconvolto. Caterina Caselli nel ‘66 con Perdono e Nessuno mi può giudicare portò alla ribalta il rinvigorito temperamento e l’emancipazione del suo sesso. Concetto ribadito da Patty Pravo che ancor più stravolgente, per i suoi testi “particolari” e per le movenze provocatorie delle sue interpretazioni, venne etichettata come trasgressiva. In molti casi però la ribellione diventò moda. Mettete dei fiori nei vostri cannoni era nel ‘67 “la proposta” dei Giganti , un’idea, a dire il vero, non originale perché ripresa dal diffuso slogan pacifista del tempo, ma utile all’amplificazione nazionale del concetto e soprattutto al successo sanremese del brano. Nello stesso anno il vento della protesta trasportò anche Mogol che scrisse per Gianni Pettenati e Gene Pitney La rivoluzione, l’ennesima canzone della cosiddetta linea fintohippy. Lontano dai sensi banali fu, invece, Luigi Tenco. Se essi ci diranno, La mia isola, Io vorrei essere la e Ciao amore, ciao, a seguito della cui eliminazione a Sanremo il cantautore genovese decise di togliersi la vita, sono brani della più autentica protesta e parlano di guerra, poteri forti, povertà e indigenza attraverso una poetica intrisa di immagini profonde e spesso celate. Un artista, Tenco, che non scese a compromessi discografici e che scomparve proprio all’alba della svolta culturale, che avrebbe dato il giusto riconoscimento alla sua produzione. Dunque cantanti impegnati e improvvise conversioni, testi prevedibili e sottili metafore, rivoluzione intellettuale ma anche cambiamento della gente comune. Insomma: iniziava il ‘68.

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