EDITORIALE

Vittime della tirannia della comunicazione?

Alex Zanotelli - Paolo Serventi Longhi

Stressati dal lavoro, spaventati dalla disoccupazione, angosciati dall’avvenire, suggestionati dai media, i cittadini subiscono un indottrinamento costante, invisibile e occulto. Questo inquadramento suscita in una parte della popolazione un’obbedienza illimitata che alcuni chiamano consenso, altri però, e più numerosi di quanto si creda, si stanno convincendo che la globalizzazione delle menti, l’accumulo dei controlli e il rafforzamento di ogni tipo di sorveglianza minacciano di corrompere la stessa democrazia.
Ignatio Ramonet

Siamo perfettamente d’accordo con Ramonet. Viviamo un’epoca di vera “tirannia della comunicazione”. Informazione, informatica e internet sono nelle mani del 20% del mondo. Il mondo della comunicazione è gestito e controllato dai potenti del mondo. Una tirannia di ricchi, di coloro che possiedono, controllano, sfornano buona parte delle notizie di questo mondo.
L’informazione globale si è espansa su scala planetaria come un’immensa ragnatela che trae vantaggi dai progressi tecnologici e informatici del sistema e favorisce la connessione reciproca di tutti i servizi legati alla comunicazione e all’informazione. Siamo oggi nelle mani di gigantesche multinazionali che controllano la comunicazione, che gestiscono in toto il mondo della telefonia mondiale. Siamo nelle mani della finanza. Quale scopo si prefigge questo gigante mediatico che hanno costruito? Praticamente di renderci tubi digerenti. Avvolgerci in una cultura massificante e materialista come la nostra, farci mangiare nello stesso modo, tutti nei fast food, inglobarci nel pensiero unico. Questo è l’obiettivo finale. Renderci obbedienti, mansueti, come dice saggiamente Ramonet.
Buona parte di quello che chiamiamo il mondo dei media è fatto di divertimento, di sport, di cucina. Pane e giochi, pane e circo, recitava l’antico detto romano. È la stessa cosa anche oggi. Veniamo poi all’Italia. Viviamo in un Paese in cui il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha in mano il 38% di tutta la raccolta pubblicitaria, il 50% delle tv, il 40% dei giornali. Come si può parlare di democrazia? Questo dato desta forti preoccupazioni anche negli altri Paesi europei.
Tutto questo è connesso all’emarginazione del sud del mondo dal mondo mediatico. È chiaro che il sud non ha accesso e non ha controllo mediatico. È chiaro che è tagliato fuori. Vale per l’America latina come per l’Asia, ma ancor più vale per l’Africa che conta l’1% del prodotto mondiale lordo o forse meno in chiave di notizie nel grande mercato dei media. L’Africa praticamente non esiste. In Italia se ne ricordano solo alcuni giornali quotidiani nazionali.
L’Africa è assente sulla carta stampata come nelle televisioni e nelle radio. Le guerre, i morti, le violenze, i numeri non vanno sui tg. La guerra in Congo sin ora ha fatto 4 milioni di morti. Eppure nessuno ne ha parlato di questa guerra. Nessuno ha detto le cifre. Così per la guerra in Iraq. La vediamo tutti i giorni sotto i nostri occhi ma i mass media sono in grado di raccontarci la drammaticità di questa guerra che corrode la vita quotidiana della gente?
In questa direzione è fondamentale la richiesta della Rai di avere almeno un corrispondente e una sede in Africa. Dovrebbero esserci più sedi in Africa: occorrerebbero a Nairobi, a Joannesburg e al Cairo per coprire bene il continente africano.
Cosa possiamo fare davanti a questo sistema mediatico?
Innanzitutto non arrenderci.
Aprire nuovi spazi di comunicazione mediatica.
Chiedere a tutti i giornalisti di impegnarsi nel far circolare qualche notizia in più sull’Africa o sull’America latina. Chiediamo qualche notizia in più nelle varie reti radio e nei vari mezzi mediatici.
Potenziare la stampa alternativa. Dobbiamo usare ogni mezzo e ogni canale possibile per far circolare l’informazione.
Ritornare alla dimensione locale, anche nell’informazione. È fondamentale usare la stampa e i giornali locali, ritornare al volontinaggio, usare le radio che se locali sono meno controllate.
Dobbiamo incominciare gestire la notizia. E nel frattempo lavorare sull’educazione interculturale anche attraverso i media. Educazione all’altro che diventa essenziale oggi come lo è l’incontro con le altre religioni e le altre culture, che ci può arricchire tutti. Questo ci consentirà di uscire da questo macabro gioco che i media stanno costruendo per rafforzare, o creare laddove ancora non esiste, il terrore dell’altro. La paura degli immigrati che vivono in mezzo a noi. La paura degli altri è devastante e produrrà risultati drammatici. Se non vi poniamo rimedio. Se non poniamo un freno. La sfida è grande.
Sta a tutti noi coglierla.

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