Bruce e l’11 settembre
Lacrime, pioggia, polvere, baci rubati e cieli illuminati da nuovi soli percorrono tutte le tracce di the rising, l’ultimo album di Bruce Springsteen dedicato alla tragedia dell’11 settembre. Il ritorno del Boss dopo 7 anni di silenzio discografico, il ricongiungimento con la storica e-street band a 18 anni di distanza da Born in the USA e l’idea che lo ha generato lo hanno fatto divenire storico ancora prima di essere registrato. Batterie, chitarre, contaminazioni etniche, ma anche sintetizzatori e archi, senza tralasciare momenti intimistici, ci trascinano in un viaggio rock che solo Bruce poteva raccontare. Allo sguardo più attento non sfugge la nota nazionalista di un cantautore fedele alla linea governativa statunitense come mai ci si aspetterebbe. Quando urla all’occhio per occhio non sembra essere lui, il testimonial di Amnesty international, l’eroe della classe dei lavoratori, il portavoce dei diseredati, per definizione critico verso il sistema. Ma forse, anzi certamente, le tonnellate di vetro e polvere di quella mattina, hanno seppellito la voce scomoda fuori dal coro. Eppure altri artisti come i Rage Against the Machine, i Counting Crows, Ani di Franco hanno già detto la loro circa la situazione internazionale, evitando di dividere il mondo in buoni e cattivi, in torto e ragione, sottolineando, non senza conseguenze, le colpe degli States.
In fin dei conti, Springsteen è soprattutto speranza, quella che un giorno, da qualche parte, ci si possa incontrare nella Land of hope and dreams che il rocker del New Jersey canta in un suo celebre brano e che, al di fuori da ogni istinto di vendetta, raccoglie indistintamente santi e peccatori, vincitori e vinti ammesso che, oggi, ve ne sia differenza. L’album si apre con Lonesome day (giorno solitario) che descrive un tradimento di aspettative che rimescola le carte, fra solitudine e delusione. Tutto diventa più concreto in Into the fire (nel fuoco) che ci catapulta nella trappola di cemento e fiamme delle torri. L’altruismo e il senso del dovere si trasformano in una preghiera che trasmette l’insegnamento dei vigili del fuoco. Il senso di distruzione trova in Waitin’ on a sunny day (aspettando in una giornata di sole) un primo momento di speranza. Atmosfere cupe percorrono, invece, le tracce seguenti: Nothing man (l’uomo del nulla) che descrive come dopo la disgrazia niente sembra più avere un senso; Countin’ on a miracle (sperando in un miracolo) che con un testo palpitante apre una finestra in tempo reale nel panico; e Empty sky (cielo vuoto) piena di sangue, pianto e lamenti che invocano vendetta. L’inquadratura si allarga sia in Worlds apart (mondi divisi), in cui Springsteen vorrebbe usare l’amore e il sangue versato per costruire un ponte sulle diversità, sia nella successiva Let’s be friends (diventiamo amici) che con versi semplici, canta la conciliabilità delle idee come forza per abbattere i muri che ci troviamo davanti. Ancora speranza in Further on up the road (avanti lungo la strada), ma anche terrore per quello che potrebbe ancora venire con il diavolo all’orizzonte di The fuse (la miccia). L’ultima parte del cd contiene, forse, i testi più affascinanti e toccanti a cominciare da Mary’s place (a casa di Mary) che dipinge un’atmosfera surreale che irradia il calore della rinascita, nell’attesa di una pioggia purificatrice e dalla commovente e straordinaria You’re missing (sei disperso), che racconta l’amarezza per il vuoto, in una casa che non sarà mai più la stessa. Il pezzo che dà il titolo all’intero album The rising (l’ascesa) è una vera e propria incitazione a rialzarsi, al sogno di vita che dopo Paradise (paradiso) con i fantasmi delle vittime, ritorna in My city of ruins (la mia città di rovine) in cui la fede nel signore e la forza degli uomini concludono una splendida opera testuale e musicale. Non a caso l’ultima parola pronunciata è “Risolleviamoci!”.





