SUDAMERICA

Se affonda un continente

Dopo l’Argentina, la crisi economica travolge Uruguay e Brasile e si estende a tutta l’America Latina.

Piero Cipriani
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A seconda dei parametri utilizzati è al nono o decimo posto tra i Paesi più ricchi al mondo. Eppure il Brasile è oggi sull’orlo del baratro. Come l’Argentina. Come l’Uruguay e il Venezuela. Come l’intera America Latina. Storie diverse, certo, e situazioni specifiche che accentuano l’una o l’altra delle ragioni che possono aiutare a spiegare la crisi forse più devastante che l’intera economia mondiale abbia conosciuto negli ultimi trent’anni. Ma ci sarà pure qualche motivo se un intero continente, pressoché in contemporanea, rischia la bancarotta. Perché qui le cose sono oggi ancora più gravi di quanto avvenne con la crisi delle cosiddette Tigri asiatiche. E anche il crollo del Messico, per quanto terribile, non si spinse a compromettere l’intera area per tanto tempo.

Miopia e corruzione

Qualche dato, per capire come la crisi sudamericana raggiunga anche noi. L’interscambio tra Italia e Brasile supera i 4 miliardi di dollari, con alcune centinaia di imprese nostrane che hanno investito nel colosso sudamericano oltre 7mila miliardi delle vecchie lire. E almeno quattro o cinque banche italiane che presentano pericolose esposizioni. Ancora: secondo il nostro ministro dell’Economia, tra le varie cause della gelata sulla crescita nel nostro Paese ci sarebbe proprio la situazione in America Latina. La sola Argentina, secondo Tremonti, avrebbe inciso per una cifra pari all’1% del PIL sulle tasche delle famiglie e degli investitori italiani. E secondo alcune stime, almeno 400mila italiani avrebbero visto andare in fumo i propri soldi investiti da banche di casa nostra sulla piazza di Buenos Aires: quando il governo argentino era additato come allievo modello da Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale.

Salvo poi scoprire che le durissime ricette pseudo-liberiste avevano solo svenduto settori importanti dei servizi pubblici essenziali e impoverito drammaticamente la vita delle famiglie medio-borghesi (a quelle povere avevano già provveduto regimi e governi precedenti). E salvo poi prendere ipocritamente le distanze, come ha fatto il segretario USA al Tesoro, O’Neill, da quei governi “che fanno finire i soldi ricevuti come aiuti internazionali nelle casseforti private”. E qui emergono due dei nodi che accomunano molti dei Paesi sudamericani: la miopia degli organismi finanziari e la perdurante tradizione di pesante corruzione. Sul primo punto, basti ricordare che il FMI ha aspettato la visita (e le condizioni) dello stesso O’Neill a Brasilia lo scorso 7 agosto, per mettere a punto un prestito di 30 miliardi di dollari al Brasile che pure lo invocava da mesi. Ma c’era il veto non solo del governo americano ma anche di buona parte degli ambienti che contano a Wall Street. In ballo la scadenza delle elezioni presidenziali di ottobre a Brasilia (troppo forti i timori a Washington di una vittoria della sinistra). E l’aut-aut ai governi dei Paesi in crisi per dare il via libera alla totale apertura dei mercati sudamericani allo strapotere dell’economia USA (il modello è quello del Nafta). Quanto alla corruzione, decenni di dittature militari hanno distrutto la società civile e le professioni. Se abbiamo problemi in Italia a diventare un “Paese normale”, figurarsi in America Latina. E si tratta, comunque, di accuse che, pur se fondate soprattutto per alcune nazioni, diventano facile e tardivo strumento di ritorsione proprio da chi quei regimi dittatoriali, prima, e quei governi democraticamente eletti, poi, ha contribuito non poco a creare o rafforzare. Per non parlare della latitanza che ancora una volta ha contraddistinto la politica nell’area dell’Unione Europea: incapace, come del resto avviene generalmente quando sono in gioco FMI e BM, a darsi una linea strategica autonoma da quella di Washington. Nonostante i complessi e profondi legami del vecchio continente con l’America Latina.

Crisi a catena

Come in un gigantesco domino, così, la crisi argentina (che per altro resta la più drammatica, dal momento che non si riescono ancora a sbloccare gli interventi internazionali) è diventata quella di un interno continente. L’Uruguay, ad esempio, era stato per anni la cassaforte privilegiata proprio di molti argentini, singoli e gruppi economici, grazie alla sua tradizionale discrezione in fatto di investimenti stranieri. Oggi a Montevideo la gente scende in strada con le cacerolas, come a Buenos Aires. Si sono visti saccheggi di negozi, scontri di piazza e file lunghissime agli sportelli bancomat per cercare di salvare i propri soldi. Il governo ha deciso di congelare i depositi in dollari nelle banche pubbliche. Alcuni istituti di credito privati non riescono più a restituire i soldi ai propri clienti. E nell’area del Mercosur, anche il Paraguay rischia di finire stritolato in mezzo alle difficoltà dei propri vicini. In alcuni Paesi, poi, la crisi economica va di pari passo con le turbolenze politiche. È il caso del Venezuela, dove i pesanti scontri tra il presidente Chavez e l’opposizione (ma anche il braccio di ferro con gli Stati Uniti) stanno facendo crollare la produzione industriale, mettendo a rischio quella del greggio e spingendo alla fuga molti investitori. O del Perù, dove l’eredità di Fujimori e le continue rivelazioni sulle sue malefatte accentuano il clima di sfiducia, in una perdurante stagnazione economica, che rende ancora più difficile realizzare le promesse elettorali di Alejandro Toledo.

Veti e alleanze

È indubbio, ora, che una svolta alla situazione sudamericana arriverà comunque dalle elezioni presidenziali in Brasile. Una campagna elettorale lunga, tormentata proprio dallo spettro della bancarotta, con il presidente uscente Cardoso (che ascrive al suo Plano Real il merito di avere abbattuto drasticamente l’iper-inflazione e dato stabilità al sistema nazionale) a sponsorizzare il suo ex-ministro della sanità Serra, che a sua volta mette la lotta alla povertà ai primi posti del suo programma, ricordando di essere stato lui a condurre la battaglia sui brevetti contro le multinazionali dei farmaci, per garantire anche ai meno abbienti il diritto di curarsi dall’aids. Una campagna elettorale dove gran parte dei candidati è espressione di partiti che, almeno a leggerne i nomi, si direbbero di sinistra. Da Luiz Inacio “Lula” da Silva, per l’ennesima volta candidato del PT (il Partito dos Trabalhadores, che guida il Frente democratico-popular, in cui sono anche i comunisti), al già citato Serra, socialdemocratico ma appoggiato anche dai conservatori moderati, fino a quel Ciro Gomes (anch’egli ex-ministro di Cardoso, ma da anni in rotta con questi) che pure aveva fiancheggiato le giunte militari e oggi si presenta come candidato di un sedicente Frente Trabalhista (in realtà espressione della più tradizionale destra sudamericana).

Ma le stranezze stanno anche nei veti e nelle alleanze che hanno contrassegnato la campagna elettorale. Se George Soros aveva per primo paventato il rischio di una nuova Argentina in caso di vittoria di Lula e i circoli finanziari newyorkesi avevano cominciato a sconsigliare investimenti in Brasile (con il conseguente crollo della moneta nazionale, il real, ben prima delle elezioni autunnali), con il passare dei mesi la situazione ha assunto aspetti che possono apparire paradossali. Come candidato vicepresidente, Lula si è scelto un grosso imprenditore tessile, Josè Alencar, si è guadagnato l’appoggio di molti altri industriali e ha finito con l’ottenere la benedizione anche da banchieri e operatori di borsa. “Mi ha impressionato perché si è rivelato estremamente maturo, franco e aperto al dialogo”, ha detto di Lula il presidente dell’associazione delle banche brasiliane, Ferreira: “Il vecchio PT dogmatico e inflessibile non esiste più”. Persino l’ex-presidente Sarney, legato alla destra conservatrice e latifondista, ha promesso il suo appoggio al leader sindacale. Con tanto di stretta di mano tra Lula e quello che egli stesso aveva in passato definito grileiro, in quanto espropriatore delle terre dei contadini. “Se facessimo politica in Brasile dialogando solo con quelli che non abbiamo mai criticato, resteremmo sempre muti”, è stata la spiegazione di Lula.

Un colosso fragile

Ma il successore di Cardoso dovrà fare in ogni caso i conti con una situazione terribile. Il record assoluto del debito interno fatto registrare ad agosto (62% del Pil). poco invidiabile primato mondiale, fatta eccezione per l’Argentina, del “rischio Paese” per gli investitori stranieri (oltre 2.000 punti). Una disuguaglianza che condanna sessanta milioni di brasiliani a vivere con meno di 30 dollari al mese. E poi la più pesante eredità in negativo dell’era Cardoso. Un’esplosiva realtà sociale che si esprime nei due estremi delle megalopoli e delle campagne. Da una parte San Paolo, Rio e le altre grandi realtà urbanizzate, regno della miseria e della criminalità inarrestabile (centomila armati nella sola Rio). Dall’altra le riforme mai attuate, a cominciare da quella agraria, bloccata dagli interessi dei latifondisti e dalle loro bande armate, nonostante le lunghe battaglie delle organizzazioni dei Senza Terra e della Chiesa cattolica. Un vincolo preciso rigido c’è comunque: bilancio 2003 varato da Cardoso sulla base delle ferree regole dettate da USA e FMI per concedere i 30 miliardi di prestito. Regole che forse potranno ridare fiato al real e far risalire di qualche posizione la credibilità del Brasile nelle classifiche macroeconomiche delle società di consulenza di Wall Street. Ma che ben poco aiuteranno la realtà quotidiana di milioni di brasiliani. Servono profonde riforme sociali e politiche, contro l’ingiustizia e per l’allargamento della democrazia. E il Brasile sta lì dimostrare, come tutta l’America Latina, che sono proprio le linee dirigiste liberiste degli organismi internazionali a strangolare la vita dei poveri.

 

 

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