JOHANNESBURG

Ma i poveri dov’erano?

Note di lavoro di due partecipanti al Summit dell’ONU sullo sviluppo sostenibile.
Paolo Cereda e Francesco Meneghetti (Caritas Italiana, delegati di Caritas Internationalis)
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Al Summit si parla anche di povertà e di poveri: nei Millenium Goals si vuole ridurre la povertà del 50% (solo qualcuno ricorda timidamente che forse bisognerebbe continuare ad adottare la prospettiva dello sradicamento totale, di un poverty free planet); si discute di dare l’acqua potabile ai 1.200 milioni di poveri che non hanno accesso a questa risorsa globale, cioè di tutti - un bene del Creato – bloccandosi poi sul grado di potabilità (sanitation). Gli ambientalisti suggeriscono ai delegati governativi di alloggiare nello slum di Alexandra - dove l’acqua fa schifo e non basta per gli homeless che vi si ammassano e che dista solo qualche km dagli alberghi da sogno di Sandton. Si programma di sviluppare l’agricoltura dei piccoli contadini e dei poveri in zone rurali: ma come, se i più poveri sono confinati su terre scarse e già degradate? Mary Robinson ha ricordato che vivere in un ambiente sano, avere accesso al cibo e alla salute sono diritti umani fondamentali e non negoziabili.

Se aumenta la povertà

Al Summit i poveri sono un dato statistico, un oggetto di studio e ricerca, al più una categoria sociologica. È comunque significativo che l’IFAD e il WFP forniscano (in un workshop dal titolo Rural poor: survival or resources degradation) alcuni dati. Dei 1.200 milioni di persone che vivono sotto la soglia della povertà, cioè con meno di un dollaro al giorno o con meno di 2.100 Kcal/giorno (una dieta sana prevede almeno 2.700 Kcal/giorno), almeno 900 milioni vivono in zone rurali, cioè il 75%. Tra i poveri esiste un’ulteriore divisione: stanno aumentando i “poverissimi” (ultra-poor), cioè coloro che riescono a procurarsi non più di 1.800 Kcal/giorno. Questi ultra-poveri hanno necessariamente bisogno di sistemi di protezione sociale (safety nets). Non basta quindi fornire loro strumenti senza un’adeguata formazione e neppure bastano “interventi umanitari” e assistenziali (charity). Ad esempio, nel Bangladesh (130 milioni di abitanti) il 47% vive sotto la soglia della povertà (di questi, l’85% vive in zone rurali) e un quarto sono gli ultrapoveri (il 93% vive in campagna). Nel dibattito i gruppi indigeni hanno fatto presente che l’occupazione delle terre e la loro degradazione per un’agricoltura povera e intensiva sono una conseguenza del problema del latifondo e di una distribuzione ingiusta delle terre: probabilmente per uno sviluppo sostenibile dell’agricoltura, l’approccio è quello della sicurezza alimentare data dalla produzione artigianale di pescatori e contadini piuttosto che un aumento delle monoculture e dell’agricoltura intensiva. O, peggio, dell’introduzione degli OGM (sui quali anche le Chiese sudafricane sono molto critiche).

Worlds “apart”

La logistica del Summit è basata su quattro “siti”. Al Sandton Convention Center si incontrano le delegazioni degli Stati, delle Agenzie ONU e dei Major groups. Sandton è uno dei quartieri più esclusivi di Jo’burg e il Convention Center è all’interno di un gigantesco centro commerciale. Per accedere alle sale dove si svolgono i lavori, i delegati passano tra le vetrine di Gucci, gli orologi di Cartier, McDonald’s e i jeans Diesel, lo stand “open air” della BMW che promuove il suo prototipo a idrogeno, ecc..

Il NASREC è il mondo delle Ong: a sud della città, è una struttura permanente di expo e fiere. Molte Ong hanno il loro stand per informare o per vendere prodotti artigianali. Si organizzano centinaia di incontri, dibattiti, seminari. Per chi non è “del giro” sembra una Babele, talora autoreferenziale; così come autoreferenziale è spesso il mondo politico e governativo di Sandton: lontano, distaccato, uno shopping virtuale, climatizzato. L’impressione è che il mondo delle Ong – soprattutto nei Paesi del Sud del mondo – si stia configurando come una sorta di middle class, una borghesia urbana che vive di coordinamento, workshop, incontri e convegni: una faccia presentabile e simpatica della “società civile globale”, che piace tanto ai partner (e sponsor) del Nord. Il rischio è la frattura con i movimenti di base che, non sentendosi rappresentati dalle Ong, si radicalizzano e si organizzano nello scontro frontale e nella protesta di piazza.

Ubuntu Village, vicino a Sandton, è il luogo culturale e la vetrina del Summit. Stand avveniristici di governi (Francia, Brasile, Giappone…), di città (Jo’burg, Pretoria…) e di imprese (pannelli solari, energia eolica, riciclaggio di rifiuti, telecomunicazioni, dighe…).

Waterdom, infine, il lussuoso tempio dell’acqua, 45 stand di Organizzazioni internazionali e di imprese che vivono… d’acqua: potabilizzazione e sanitation. L’acqua è risorsa e, dunque, business.

Intanto fuori...

Questi quattro siti sono collegati tra loro e con una serie di terminal (negli hotel o nei sobborghi dove alloggiano i delegati – circa 60.000 da 190 Paesi) da un gigantesco e ben organizzato sistema di autobus-navetta privati a cui si può accedere solo con il pass del Summit. Molto del loro tempo i delegati lo passano viaggiando da un sito all’altro su questi autobus. Per aiutare i delegati, il governo sudafricano ha organizzato un servizio d’accoglienza di circa 5.000 volontari: ragazzi e ragazze sudafricani, molto gentili e simpatici, che ti aiutano in ogni circostanza. Molti sono studenti, per altri è un lavoro temporaneo (tre settimane), un po’ di ossigeno nella difficile ricerca di un lavoro vero. Per i delegati questi giovani rischiano di essere l’unico contatto con il Paese che ci ospita, l’unica possibilità di scambio con il real world che continua a pulsare tutt’intorno al Summit. Dimenticavamo! Dai giornali sudafricani e da Internet si apprende che in qualche parte della città ci sono gruppi che manifestano violentemente (lo supponiamo dalla reazione della polizia: arresti, manganelli e lacrimogeni) per l’accesso alla terra. Sono il movimento dei senzaterra (landless), dei profughi ambientali, degli sfrattati dalle gigantesche farm recintate con il filo spinato. Si tratta di movimenti sociali radicali, spesso non organizzati e i cui leader non sempre sono figure chiare; chiedono accesso alla terra buona e all’acqua, ne rivendicano una redistribuzione più giusta – lo Zimbabwe è solo a qualche centinaio di chilometri a nord. Certo, in una stagione di siccità che ha compromesso nell’Africa australe diversi raccolti, il loro grido dovrebbe essere ascoltato dal Summit.

Alcuni interrogativi

Tra i “mondi” del Summit (sia tra di loro ma anche dentro ciascuno) esistono sicuramente delle fratture, una difficoltà di comunicazione, una forte ambiguità nell’utilizzare le stesse parole, rivestendole di significati diversi se non opposti. “Sviluppo sostenibile”, per chi? Per tutti o solo per qualcuno? Sviluppo sostenibile non coincide necessariamente con commercio sostenibile. Good governance o political convenience? E ancora, la governance significa che il livello politico deve solo gestire gli interessi organizzati (gruppi di lobby, associazioni di categoria, corporate…)? Non c’è responsabilità politica generazionale che tuteli l’avvenire delle comunità locali? L’orizzonte del medio-termine non deve trasformarsi nel respiro più ampio di una vision? Il mercato e l’impresa sono l’unico metro di misura della sostenibilità ambientale e sociale? E chi non è produttore e neppure consumatore – perché non ha lavoro né reddito – quale posto ha nella comunità e sul territorio? Deve finire nella discarica o rinchiuso nelle pieghe ambientali, tra una farm e l’altra, e fatto vivere o lasciato morire dagli aiuti umanitari e dalle eccedenze alimentari distribuite dal WFP? L’invadenza del mercato in questo Summit (pare che le imprese globali abbiano sponsorizzato con milioni di dollari l’ONU per l’organizzazione dell’evento) è sintomo di un rischio che sta diventando sempre più reale: la “privatizzazione” della politica, la “privatizzazione” dell’ONU. Infine, la “privatizzazione” del Creato, di quelle risorse che appartengono a tutti gli uomini, le donne e i bambini della terra. L’acqua è l’esempio più evidente: si tenta di spingere verso una serie di accordi bilaterali, invece che puntare sulla strada dei trattati internazionali o di un patto mondiale per l’acqua. Con la scusa della potabilizzazione, si rischia di cedere alle multinazionali dell’acqua minerale il futuro e la vita di milioni di persone. Con quali garanzie di accesso, per chi non avrà i soldi per pagarsi l’acqua o abiterà lontano dai centri commerciali?

 

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