Potere nonviolento

In dialogo con Roberto Mancini: dalla politica all’educazione, la nonviolenza come via praticabile, oltre ogni pregiudizio.
Intervista a cura di Alberto Conci

Ci troviamo oggi in una situazione preoccupante, nella quale a livelli molto diversi assistiamo a un ritorno della violenza. È un fenomeno visibile sul piano internazionale, ma anche all’interno delle diverse compagini nazionali, dove spesso si registrano l’aumento dell’antagonismo sociale e l’affermarsi di una cultura nichilista della violenza. In questo quadro, è ancora possibile oggi parlare di nonviolenza o si tratta di una parola che ha perso significato?
In una percezione sia della cultura diffusa che delle dinamiche politiche nazionali e internazionali quello che si può registrare è una regressione diffusa rispetto a quella svolta di metà Novecento che aveva segnato l’emersione del codice della dignità umana. In esso sono custoditi non solo il valore del singolo e il valore del legame interumano originario, quindi della comunità intera, ma un preciso impegno: quello della vocazione a esistere in modo creativo. “Creativo” non vuol dire necessariamente artistico, ma essenzialmente non distruttivo. Non per nulla in quella svolta i popoli, i governi, si interrogavano su una alternativa alla logica della distruzione, quella delle due guerre mondiali, della Shoah, dell’uso dell’arma atomica. Rispetto a quello spiraglio, a quella primavera della storia dopo tutte le distruzioni, siamo tornati indietro, nel senso che oggi le politiche di potenza riportano questa logica nel suo pieno “splendore”. Questo fenomeno esprime la dinamica intrinseca di una società globalizzata, che ha la competizione nel suo DNA, cioè che assume la competizione non tanto come un pericolo da sventare o come un mezzo da utilizzare entro certi limiti, ma come un fine in sé. E questa è la novità negativa direi del nostro modello, della nostra società rispetto alle epoche passate.

Sul piano politico cosa sta accadendo?
Nella cultura diffusa come nella cultura politica il tratto in fondo emerge in questa sorta di pigra banalità: “La nonviolenza è bella ma è raramente possibile”. Il luogo comune recita così: tanta nonviolenza quanto è possibile, tanta violenza quanto è necessario. Su questo luogo comune, una volta che si instaura, è difficile intervenire per determinare un cambiamento. Nella cultura diffusa è necessario un cambiamento profondo di mentalità, quello che passa per le relazioni quotidiane, gli stili di vita, i processi educativi, in modo che si sperimenti che cosa vuol dire questa non distruttività. Direi però che c’è stato anche un dinamismo positivo da registrare, da riprendere, per la crescita della coscienza dell’interdipendenza tra i popoli, tra gli esseri viventi, dell’umanità con la natura, direi una coscienza della dignità non solo degli esseri umani, ma della dignità del mondo vivente. Se si riuscisse ad assumere questa coscienza dell’interdipendenza dentro le relazioni umane come dentro le relazioni politiche, allora potremmo riscoprire, nel senso positivo e profondo, quello che Hannah Arendt chiama “il potere” non come potenza, dominio ma come energia della cooperazione nonviolenta. La nonviolenza può essere ristretta a un purismo ideologico, quello dell’identità del nonviolento una specie di bandiera che poi non porta frutto. Serve invece una svolta politica in cui si sperimenta la guarigione dall’impulso della violenza, dai processi di violenza e si crede con fiducia a un’alternativa. Non è un’ipotesi astratta: penso a quanto accade, per esempio, in Sudafrica o nelle comunità contadine di pace in Colombia o in certi tentativi di dialogo in Medio Oriente o nel tentativo di intesa in Irlanda del Nord fra cattolici e protestanti, nella fine della lotta armata – probabilmente – nei Paesi Baschi in Spagna. In più parti della terra in realtà fiorisce una sorta di silenziosa primavera della nonviolenza, almeno il tentativo, che assume delle forme non solo coraggiose ma feconde proprio nel cuore della politica, non tanto dentro un’ideologia di astensione dalla violenza.

Lei ha accennato ai segni di una presenza della cultura della nonviolenza. Ma c’è anche chi, sulla scia della pessimistica prospettiva di Huntington, continua a sostenere che la logica del tempo presente non può che essere quella della frattura, dello scontro fra civiltà. Una visione cupa e per molti aspetti fatalistica ma che costituisce una diffusa chiave di lettura del presente e che per molti serve a interpretare in chiave violenta anche il rapporto fra le religioni.
Anzitutto la percezione sintetica del presente in termini di scontro di civiltà coglie un frammento di realtà ma direi che in gran parte si tratta di una formula falsa così come falsa è l’altra formula che coglie un frammento di realtà ma poi falsifica la prospettiva, la formula che da anni parla di crollo delle ideologie. In realtà sono due analisi semplificate, due slogan che attirano a un certo comportamento che però non è adeguato alla realtà che conosciamo. Per esempio c’è una complessità per cui non solo dovremmo parlare di uno scontro di civiltà o, per esempio, di guerre fra religioni, ma di scontro nelle religioni. Vale per l’Islam, vale per lo stesso cristianesimo, in certi casi. Quindi il panorama presente dal suo lato oscuro conferma che la violenza è un contagio che utilizza le identità, le identità religiose, le identità etniche, economiche ma in qualche modo poi le supera in un dinamismo molto più profondo che è proprio quello del contagio della distruttività. D’altro canto proprio queste possibilità di nonviolenza lette nell’ottica dell’esperienza religiosa non sono tanto e solo una forma di prassi più cortese, più gentile, più tollerante, direi piuttosto che lo sguardo e la prassi della nonviolenza ripristinano lo spazio di verità possibile per queste fedi.
Il Dio della violenza, qualunque nome abbia, e in qualunque tradizione sia radicato, è evidentemente un idolo. È un idolo che puntualmente vuole le sue vittime. L’autentica esperienza di fede deve tradursi in una confutazione della religione violenta. Da questo punto di vista, forse, il panorama attuale delle religioni è che sono in bilico tra il ridursi a d e c o r a z i o n i ideologiche dei processi di globalizzazione e il reagire in modo violento in nome della logica identitaria di una tradizione esclusiva in cui il Dio confessato è un Dio contro gli altri. Ecco, la vera alternativa che dischiude la nonviolenza è quella di testimoniare la benevolenza incondizionata di Dio nei confronti dell’umanità e – diceva Aldo Capitini – di un Dio che addirittura per sé non trattiene neppure il nome, cioè dà fino in fondo se stesso.

Quando si parla di nonviolenza, un’attenzione particolare va posta sulla riflessione politica. Il problema è: la nonviolenza ha possibilità e diritto di cittadinanza nella politica, oppure può essere vissuta e praticata in una dimensione “extraparlamentare”, fuori dalle istituzioni? Ed è possibile immaginare una nonviolenza che riesca a fecondare la politica?
Direi innanzitutto che questa crisi, o almeno questa strozzatura di rapporto tra il mondo politico tradizionale e anche istituzionale e lo sguardo e la prassi della nonviolenza è dovuta ad almeno due cause di fondo. La prima è che la nostra tradizione politica si è costruita non solo in forma imperiale, dominativa, ma (anche nel migliore dei casi) si è costruita nell’ottica del male minore. Cioè mettendo in conto le vittime e le contraddizioni che vengono accettate come inevitabili nella prassi politica. Ecco, tra la logica del male minore e quella del bene comune, quella per esempio costituzionale, indicata anche dalla nostra Costituzione, non c’è una continuità, c’è proprio una alternativa radicale. La politica non ha avuto questo coraggio, questa capacità di vedere che la sua vocazione umana, cioè quella di tradurre il bene su scala sociale, non ha avuto questa lungimiranza di vedere che cosa significa coltivare il bene comune e non adattarsi al cosiddetto male minore. L’altra causa sta nel predominio del meccanismo autoregolato dell’economia globalizzata, che strozza le possibilità di una politica della liberazione.
Da questa strettoia si esce soltanto se i dinamismi della nonviolenza assunta come energia politica, di cambiamento, hanno la forza di radicarsi nel fondo di un tessuto sociale. Da quel fondo, da quel livello più basso della piramide sociale possono sprigionare un’energia di liberazione che non è proiettata a produrre nuove vittime. In realtà i rapporti politici non si cambiano con le campagne elettorali, con la disponibilità dei mezzi economici o mediatici per influenzare l’opinione pubblica, si cambiano soprattutto andando nel cuore delle situazioni di oppressione e di esclusione creando da questo fondo oscuro dei percorsi di liberazione. Quando questo accade la nonviolenza si mostra efficace e credibile, si guadagna la stima e il rispetto di larga parte dell’opinione pubblica, soprattutto non suscita processi di paura che chiudono subito l’universo politico e piuttosto dimostra questa capacità di cambiare le condizioni.
Se chi crede a questo percorso assume la nonviolenza come mezzo, non solo come fine ideale, del vivere quotidiano, della prassi politica, ha questa fecondità del portarsi sul confine delle contraddizioni più grandi e di evidenziare da lì i frutti di liberazione allora anche l’universo politico, le istituzioni, i partiti e i sindacati sono costretti in qualche modo a prendere atto di questo.

L’onnipresenza di una cultura neoliberista è uno dei segni più evidenti della permanenza delle ideologie. In questo quadro la nonviolenza può costituire una forma di riorientamento del pensiero, un’alternativa alle nuove, o vecchie, ideologie?
Sicuramente sì, innanzitutto perché dà lo spazio e il respiro del pensare critico, e il pensare critico, lo diceva Adorno, non ha altra voce che quella della redenzione. Nel senso – direi – laico della liberazione dal male. Della liberazione dalla distruttività anche se questa è – come in effetti è – una lotta giorno per giorno, notte per notte, ora per ora. Quindi sicuramente la fioritura della nonviolenza dentro le relazioni interpersonali, dentro i processi comunitari, dentro le logiche istituzionali, riaprirebbe lo spazio del pensiero critico. La grande mistificazione è che non solo è rimasta una ideologia che si è globalizzata, cioè quella del liberismo (e quindi non è vero che sono morte tutte le ideologie) ma che in fondo tutti i conflitti in superficie, per quanto gravi e cruenti – quelli per il petrolio come quelli tra le religioni, tra le etnie – in realtà non esprimono veramente un’alternativa, ma sono tutti giocati all’interno dello scenario profondo della logica di potenza. Cioè io mi affermo distruggendo l’altro. L’importante è il risultato che io debbo ottenere, costi quello che costi, e senza discussione del fine, cioè sulla bontà o meno di questo risultato. Allora tutti di nuovo dentro questa logica di potenza cercano di esorcizzare l’impotenza, la frustrazione, addossandola agli altri. La rottura di questa spirale sarebbe rappresentata dalla crescita della cultura della nonviolenza che evidentemente non può contare su automatismi: è la violenza che procede come un contagio, è la perdita del pensiero critico che procede come un meccanismo globale.
La nonviolenza può solo contare su processi di educazione, di scelta, si potrebbe dire di conversione di mentalità, che debbono poi essere sperimentati non in casi eccezionali della vita politica, della vita personale, ma devono diventare realmente un ethos collettivo e stili di vita condivisi. Questo da un lato dice quanto sia fragile, quanto sia delicata la costruzione di un processo di questo tipo, dall’altro però dice quanto sia forte un processo di questo tipo, nel senso che, essendo noi “relazione”, proprio come creature umane, essendo cioè legati all’universo relazionale, abbiamo alla fine bisogno e dobbiamo confermare questa nostra costruzione relazionale. E la via della nonviolenza mi pare l’unica adeguata a farlo.

Lei ha accennato al tema educativo, collocando la nonviolenza anche all’interno della prospettiva educativa. Di fronte al mondo giovanile di oggi, ricco di spinte positive e attraversato anche da tentazioni egocentriche o dalla tentazione della violenza, la nonviolenza può costituire un orizzonte nel quale ricollocare la riflessione sui sistemi educativi?
Innanzitutto si deve dire che il mondo giovanile ha almeno due volti. Da un lato, pur nelle sue differenziazioni, nelle sue articolazioni e diversità interne, è un mondo ferito a cui sono negati il diritto umano all’educazione e il respiro del futuro, in cui il futuro appare chiuso e nel quale la definizione più pregnante che il sistema dà del giovane è quella di esubero, di qualcuno che in fondo non serve, se non in quote minime, al funzionamento della società, al mercato globale. Quindi la condizione giovanile in qualche modo risponde alla violenza preventiva, una violenza che già prova nel momento in cui si affaccia alla vita della società. Questo non toglie che ci sia invece proprio all’interno del mondo giovanile, una larga parte che vuole cambiare questo mondo, cambiare una logica che riproduce la distruzione (come attestano tutte le forme di lotta nonviolenta, di mobilitazione per i diritti civili e per la pace, per la tutela del mondo vivente, della natura, in cui appunto vediamo impegnate le nuove generazioni). La nonviolenza può essere percepita ancora una volta non tanto come una tensione, come un modo rinunciatario di esistere, ma come una scelta radicale che in qualche modo fa spazio a quel fine profondamente umano che si chiama felicità e dove si capisce che la felicità non è senza, non è contro gli altri. Quindi in fondo quella della nonviolenza è la via migliore verso una possibile, credibile, felicità.
Dal punto di vista concreto, della prassi, nella famiglia, nella scuola, nelle associazioni, nelle parrocchie, nel volontariato direi che due punti chiave forse dovrebbero essere considerati: il primo un po’ una transizione nella stoffa della persona dall’io superficiale si potrebbe dire all’anima, espressione che non uso in senso platonico e dualista, ma per dire l’identità profonda, in certo modo misteriosa, della persona. L’integrità della soggettività personale risiede a livello dell’anima e non dell’io di superficie. L’io di superficie si presta a essere attirato nei meccanismi dell’individualismo massificato e anche nell’illusione dell’io separato, cioè agli altri posso fare qualsiasi cosa, l’importante è che io mi affermi, o che io mi difenda. Finché il soggetto è quello dell’io separato non c’è proprio lo spazio, anche qui esistenziale e interiore, della nonviolenza. Maturare invece il senso della propria identità profonda, la scoperta anche della propria dignità, della propria vocazione all’esistenza apre chiaramente lo spazio alla scelta della nonviolenza. L’altro elemento che è ben sottolineato da Gandhi in più riprese sta nella capacità di esercitare la tolleranza degli effetti del negativo, degli effetti della violenza. Non per masochismo, non per amore della sofferenza, ma perché attraverso questa sofferenza passi la liberazione. A cambiare la società saranno soltanto persone che hanno il coraggio e la passione di portare il negativo per spegnerlo, per attraversarlo.

Note

Roberto Mancini è docente di Ermeneutica Filosofica presso l’Università di Macerata, autore del libro L’amore politico. Sulla via della nonviolenza con Gandhi, Capitini e Levinas, Cittadella edizioni, Assisi 2005.

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    Roberto Mancini è docente di Ermeneutica Filosofica presso l’Università di Macerata, autore del libro L’amore politico. Sulla via della nonviolenza con Gandhi, Capitini e Levinas, Cittadella edizioni, Assisi 2005.
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