IRAQ
Sotto il cielo di Baghdad
Gli effetti “collaterali” di una guerra interminabile, che ha portato in Iraq fondamentalismo e terrorismo. Che prima non c’erano.
Renato Sacco
A Baghdad la situazione peggiora di giorno in giorno. Io ci vivo da quasi un anno, e in questo tempo le cose stanno andando davvero sempre peggio. Chi parla è mons. Francis Assisi Chullikatt, nunzio apostolico in Iraq e Giordania. L’ho incontrato il 28 agosto scorso. Sono stato con lui alcuni giorni, per una coincidenza casuale, presso l’amico vescovo di Kirkuk, mons. Louis Sako. Per qualche giorno abbiamo condiviso la vita, la preghiera, le fatiche, le speranze della comunità cristiana e poi siamo andati al nord, nel Kurdistan iracheno, per incontrare altre comunità,
Vi dico ancora grazie per questo legame con voi di Pax Cristi, con alcuni amici in particolare, un legame quasi mistico e misterioso nello stesso tempo. È un calore umano e spirituale che sentiamo molto forte. Ma rinnovo anche il mio invito alla Chiesa ufficiale: non lasciateci soli. Luis Sako, arcivescovo di Kirkuk
Ma torniamo all’Iraq della gente… normale. Al nord si sono rifugiati anche migliaia e migliaia di profughi, in fuga soprattutto da Baghdad e Mosul, due città ormai invivibili per la totale insicurezza. In quei giorni a Baghdad, ci diceva il nunzio, c’era il coprifuoco 24 ore su 24. A Kirkuk abbiamo anche incontrato le autorità politiche, i responsabili religiosi, gli imam sunnita e sciita, (insieme!) e anche questo, ci diceva il vescovo Sako, è molto importante. Il mio rientro è stato anticipato di un giorno, perchè la compagnia aerea austriaca cancellava tutti i voli per qualche settimana: per motivi di sicurezza, così ci han detto. Anche questo è l’Iraq. Secondo alcune ONG che ancora lavorano in Iraq, un terzo della popolazione ha bisogno di aiuti d’emergenza a causa della crisi umanitaria provocata dalla guerra e dalla violenza in atto nel Paese. A circa 8 milioni di persone servono urgentemente acqua, servizi fognari, cibo e alloggio, mentre sono oltre 2 milioni, in maggioranza donne e bambini, quelli che sono stati costretti ad abbandonare le loro case, e ora vivono da sfollati all’interno dell’Iraq, senza un reddito su cui poter contare. Duemila iracheni stanno fuggendo ogni giorno dalle loro case: è il più grande esodo di massa che si ricordi in Medio Oriente. Quattro milioni di persone, un iracheno su sette, sono scappate via, perché, se non lo avessero fatto, sarebbero state uccise. E questo vale per tutti gli iracheni, in particolare per i cristiani. “C’è un quartiere a Baghdad, Dhora, – continua il nunzio – in c’era anche il seminario; veniva chiamato il piccolo Vaticano per la grande presenza dei cristiani. Ora il seminario è stato chiuso e aperto nel nord, a Erbil, e più di 2000 famiglie sono state costrette a fuggire per non essere uccise o subire continuamente minacce e rapimenti”. Mons. Sako aggiunge: “C’è molto da fare per tenere viva la speranza! Io chiedo a voi, alla Chiesa, alla S. Sede di aiutiarci. Non lasciateci soli. Ci sentiamo isolati e abbandonati. C’è bisogno di segni e gesti concreti per non sentirsi abbandonati… Non sono soltanto le cose materiali, gli aiuti di cui abbiamo bisogno, che certo sono importanti. Ancora più importanti sono i rapporti umani. Una visita, come la tua, è molto importante per mostrare solidarietà, amicizia. Per incoraggiarci. Questa è la priorità, prima ancora dei progetti, perchè ci aiuta a superare la sensazione di sentirci isolati. Il futuro è molto oscuro. Noi, i cristiani soprattutto, siamo chiamati a vivere la convivialità non solo come una cosa teorica, una speculazione filosofica, ma nella concretezza, nella realtà dove si è chiamati a vivere tutto questo. Si dice sempre che la Chiesa è Una, Santa, Cattolica, Apostolica… ma questo va tradotto in gesti concreti. In tutto questo tempo non abbiamo visto praticamente nessuno, tranne qualche amico di Pax Cristi dall’Italia. E qualche visita dall’Austria e Germania. Ma nessuna delegazione ufficiale con qualche vescovo, a nome della Conferenza episcopale italiana o francese o di altri Paesi. Questo sarebbe per noi, per tutta la gente, e non
Nella trappola irachena
di Jean Benjamin Sleman, arcivescovo latino da Baghdad Presentazione a cura di Renato Sacco, Edizioni Paoline 2007 Se la guerra voleva essere preventiva per evitare l’uso di armi di distruzioni di massa da parte di Saddam si è visto che era una bugia, in quanto le prove erano false. Se la guerra voleva combattere terrorismo e fondamentalismo i risultati sono sotto gli occhi di tutti: oggi in Iraq questi due fattori diabolici trionfano. Mi diceva una catechista di Mosul: ma l’unico modo per aiutarci è quello di vendere armi al nostro dittatore e di bombardare noi con le armi all’uranio? A dire il vero ci sono state voci critiche contro la guerra, non ultima quella di Giovanni Paolo II. Quante volte è intervenuto a denunciare la follia della guerra ‘avventura senza ritorno”! Forse ha ragione chi dice che Woitila è stato un Papa molto applaudito e poco ascoltato. Oggi le sue parole suonano ancora più amare. Ma non risuonano più molto neanche nelle Chiese... la cultura della guerra rischia di permeare anche le comunità cristiane. La religione rischia di essere sempre più ‘usata’, anche quella cristiana. Con l’inspiegabile risultato di chiudere gli occhi di fronte alla realtà, alla tragedia di altri fratelli, addirittura anch’essi cristiani come noi, ma che non si sentono più parte viva di questo corpo mistico della Chiesa. Una Chiesa, anche in Italia, che rischia di ripiegarsi su stessa, di curare molto le liturgie (o le esteriorità, magari anche con abiti liturgici firmati da grandi stilisti) ma che fatica ad essere Chiesa coraggiosa nella denuncia della guerra e di ogni forma di violenza. Che fatica ad annunciare oggi la strada evangelica della nonviolenza attiva e che si sofferma a benedire nuovi diabolici strumenti di guerra. Questo libro può essere un aiuto a riscoprire davvero il senso della ‘cattolicità’, non intesa come crociata o difesa anche armata e violenta contro ogni diversità religiosa o culturale, ma come autentica universalità. E chissà se anche i tanti amici iracheni che continuamente sento al telefono si sentiranno un po’ meno vittime anche dell’indifferenza. R.S.





