CHIESA

Un futuro è possibile

Quali sentieri sono individuati nella seconda enciclica papale Spe Salvi?
Quale rapporto con la vita, la storia e la modernità è raffigurato?
Sergio Paronetto

Anche davanti alla “Spe salvi”, come a ogni testo pontificio di rilievo, scattano subito apologie o denigrazioni, schiacciate spesso sull’attualità politica o partitica. Pochi leggono integralmente l’enciclica cercando di comprenderne la radice e il linguaggio, nonché la sua logica comunque di mediazione tra posizioni contrastanti. Ognuno stralcia la frase pubblicizzata o quella conveniente. Ritengo utile adottare una metodologia mite all’interno di un discernimento sinodale. Chi come noi è giustamente critico verso il clericalismo o alcune forme di “papolatria”, dovrebbe anche vigilare sull’anticlericalismo pregiudiziale o sulla “papofobia”. Mi sembra necessario partire dal testo nella sua globalità e metterne in evidenza le luci per individuare sentieri nella notte per il “popolo di Dio” in cammino.

 Sul mondo moderno

Al di là di qualche tendenza dottrinaria (il Papa è sempre un docente) e di alcune osservazioni schematiche (tra il paragrafo 16 e il 21) a proposito di Bacone (che è stato travisato), dell’illuminismo, del materialismo o di Marx (elogiatissimo ma appiattito sull’Urss), non mi pare che nella “Spe salvi” prevalga una contrapposizione preconcetta al mondo moderno. Tanto meno chiusura al dialogo o, addirittura, come hanno detto alcuni (ad esempio Luttazzi), una visione “dolorifica” della vita. Tutt’altro! La speranza è collocata nell’orizzonte della pienezza di vita a partire dal presente (personale e storico) che si rinnova.

La “vita beata” (felicità) emerge come “sconosciuta conosciuta realtà” (14) nell’ambito di una “teologia negativa” (mistica) che supera tutte le immagini religiose tradizionali nella figura di Cristo dove “la negazione delle immagini sbagliate di Dio è portata all’estremo” (43).

Anche in questa occasione, dopo la “Deus caritas est”, il Papa parte dalla Parola di Dio (i primi nove paragrafi!), cioè dalla radice di ogni radice. Stimolanti sono due paragrafi agostiniani di taglio esistenziale e problematico (11 e 12) riguardanti le contraddizioni permanenti della vita, cioè il paradosso del nostro sapere di non sapere (“dotta ignoranza”) che va oltre tutte le raffigurazioni della speranza.

L’idea di “vita eterna” è da noi percepita in modo contrastante (è desiderata e temuta, voluta e respinta). Ma nella ricerca della nostra umanità cogliamo l’appello a una relazione profonda, avvertiamo un presagio, quello di entrare “nell’oceano dell’infinito amore”.

Cogliamo la possibilità della “vita in senso pieno, un sempre nuovo immergersi nella vastità dell’essere, mentre siamo semplicemente sopraffatti dalla gioia” (12). La “vita eterna” non è, quindi, proiettata altrove o lontano è “la vita nella sua totalità”, “è relazione con Colui che è la sorgente della vita”, “Colui che non muore, che è la Vita stessa e lo stesso Amore” (27).

Potremmo aggiungere, scavando nel profondo del termine biblico, che è il nostro shalom, il Cristo “nostra pace”, la nostra felicità.

Sulla scorta della “Lettera agli Ebrei”, vedo che anche la “sostanza” (aristotelico-tomista) viene biblicamente elaborata, diventa un concetto generatore-trasformatore, indica una “realtà iniziale e dinamica” già presente dentro di noi, la “vita vera”, il futuro che tocca il presente e lo cambia: “così le cose future si riversano in quelle presenti e le presenti in quelle future”; “la promessa di Cristo non è soltanto una realtà attesa, ma una vera presenza” (7, 8, 9), il nostro principio-speranza.

Mentre si chiede “un’autocritica dell’età moderna” si invita anche a una contemporanea “autocritica del cristianesimo moderno”, che spesso “ha ristretto l’orizzonte della sua speranza” proprio perché i credenti hanno dimenticato l’essenziale, la loro “grande speranza” (22 e 25).

La speranza cristiana, infatti, non è mai un fenomeno individuale, vive nella “comunità mondiale dei credenti”, suscita una “visione della ‘vita beata’ orientata verso la comunità”. Si critica una “ricerca egoistica della salvezza”(13-15, 16 e 28).

Si ribadisce l’idea che “la nostra speranza è sempre essenzialmente anche speranza per gli altri” (48). Così “la grande speranza” cristiana non risulta in contrasto con le vere speranze del mondo, non è separata dalle piccole speranze umane: “Abbiamo bisogno delle speranze che ci mantengono in cammino”, anzi “ogni agire serio e retto è speranza in atto”, è sempre possibile sperare e cambiare (31 e 35).

 Il progresso

Una rapida riflessione sul mondo moderno. Quando alcuni, per opposti motivi (o i fautori della “riscossa laica” o i cosiddetti “teo-con”), commentano gli scritti papali dicono che nel Papa c’è una dura contrapposizione col mondo e che i cristiani-cattolici non vogliono o non devono fare i conti con la modernità.

Occorre precisare. Una cosa è il mondo amato da Giovanni XXIII e da Paolo VI, interlocutore del Concilio Vaticano II dopo il gelo pacelliano e la logica di cristianità (cioè il mondo descritto dalla “Pacem in terris” come movimento dei popoli, dei lavoratori e delle donne per la loro liberazione; oggi possiamo dire il mondo della nonviolenza in cammino). Altra cosa è il mondo come potere che semina ingiustizia e guerre basandosi su ideologie di progresso o ammantandosi di messianismo secolare. Occorre sempre precisare: il mondo e la modernità sono realtà variegate, complesse e contraddittorie. Il progresso è sempre un fenomeno ambiguo, che va controllato ed eticamente orientato (22) perché porta con sé anche “distruzione” (25). Il Papa ricorda l’opinione fulminante di Adorno che “ha formulato la problematicità della fede nel progresso in modo drastico: il progresso, visto  da vicino, sarebbe il progresso dalla fionda alla megabomba”.

Questo è “un lato del progresso che non si deve mascherare” (22). C’è, infatti, il rischio della “fine perversa” delle cose, come osservava Kant (19 e 23). Il richiamo a Kant contiene espressioni stimolanti di bruciante attualità anche se Benedetto XVI avrebbe potuto con più efficacia citare Giacomo Leopardi. In lui avrebbe trovato un valido alleato nella critica radicale al “secolo superbo e sciocco” cantato nella poesia “La Ginestra”. Cioè il mondo arrogante del “pensiero unico”, l’insieme di ideologie di potere che usano il nome di Dio o promettono il paradiso. Insomma, il Papa prende di mira un operare ‘mondano’ che pretende essere divino, quasi miracolistico, e che annulla la nostra libertà (sento un richiamo a Bonhoeffer). Il mondo come “cinismo del potere” (42), “presenza terribile” del male e della colpa (36), società “crudele e disumana” incapace di compassione verso i deboli (38).

 Relativismo e nichilismo

Simili osservazioni sono presenti nel libro Gesù di Nazareth (Rizzoli, 2007), dove il Papa ricorda la forza di Mammona e dell’iniquità. Qui le “potenze del male” sono intese laicamente come “le ideologie del successo e del benessere” (p. 198), “la crudeltà del capitalismo che degrada l’uomo a merce” (pp. 123-124), “le potenze del mercato, del traffico d’armi, di droghe e di uomini” (p. 198). L’attuale tendenza dottrinaria e organizzativa della Chiesa contro il cosiddetto “relativismo” appare a molti esagerata.

Ma ha una sua spiegazione. Certo, il concetto di “relativismo” è polivalente. Nel suo aspetto negativo, può essere enfatizzato (o manipolato), ma rappresenta un fenomeno molto serio: il degrado culturale, etico e politico diffuso, la violenza devastante, l’individualismo abnorme. C’è anche un laicismo-liberalismo “fondamentalista” (di matrice massonica filosoficamente relativista, ma politicamente-economicamente totalitario) portato ad annullare non solo le fedi profetiche e liberanti, ma ogni forma di democrazia reale. “Ospite inquietante” definisce Galimberti il “nichilismo” annidato nella mente di tanti giovani. Lo si può riscontrare sia nell’inchiesta della Società Italiana di Pediatria riguardo lo stile di vita di moltissimi ragazzi teledipendenti, sia nel clima sociale di città dove la cosiddetta “tolleranza zero” annulla l’orizzonte della dignità umana.

Il Papa, a modo suo, ci dice che il male non avrà l’ultima parola, che il futuro è possibile. Dipende dalla nostra permanente conversione e, come ha scritto nel Messaggio per la Giornata mondiale della pace, dalla capacità di operare nel “difficile cammino verso la concordia e la pace”, da azioni per il disarmo e dalla “acquisizione di una civiltà giuridica di valore veramente universale”, quella evidenziata dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, decisiva per contrastare “le crude leggi del guadagno immediato” e il dominio della “nuda forza”.

 

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