PAROLA A RISCHIO

Mendicare la vita

Simbolo di tutti i mendicanti della terra, Bartimeo è icona anche di coloro che cercano autenticità di relazioni.
Tonio Dell’Olio

Marco 10, 46 “(…) cieco, sedeva lungo la strada a mendicare”.

La strada è fatta per camminarci sopra e per incontrare la gente. Per vedere passare il mondo e per andargli incontro. Sentiero, tratturo o viale alberato, la strada è sì luogo di passaggio, ma può divenire anche spazio concreto per soste piacevoli in cui riassaporare il gusto antico dell’amicizia, in cui sorprendersi a raccontare, in cui – perché no? – appartarsi per un bacio da regalare alle labbra della persona amata. La strada è come un libro con tante pagine quanti sono i giorni e tante parole quanti sono i passanti. Peccato che noi non siamo più tanto (c) www.agliincrocideiventi.it abituati alle strade a “misura di persona” e abbiamo creato le autostrade in cui non l’uomo è al centro ma le automobili e la loro velocità. Abbiamo fatto del mezzo (automezzo) il fine. Ricordo ancora con una certa emozione quella volta in cui mi recai a Fiumicino a ricevere tre preziosi ospiti, che per la prima volta uscivano dal loro lontano villaggio africano in Congo.
Non avevano mai visto una casa di mattoni e ora erano scaraventati ai piedi di palazzoni alti alti, non avevano conosciuto l’asfalto e ora ne potevano vedere a perdita d’occhio. Mentre si procedeva in autostrada Arsen venne fuori con una domanda: “Ma su questa strada non c’è nessuno che cammini a piedi?”. La mia risposta fu altrettanto pronta: “Non solo non c’è nessuno che cammini a piedi, ma è addirittura vietato!”. Chiunque abbia conosciuto un poco d’Africa comprende bene il senso della domanda di Arsen. Chiunque sia stato nell’Africa scartata dagli itinerari turistici e ritagliata fuori dalle riserve esclusive dei club superorganizzati, conosce le file di persone che procedono lentamente a piedi per ore e ore per arrivare al mercato, al fiume, al pozzo, al villaggio vicino, al dispensario. Teoria composta di una umanità dolente eppure tanto più umana di quella inscatolata nelle automobili lanciate a freccia sull’asfalto. Poi ci sono le strade delle città.
D’asfalto pure quelle, ma luccicanti di mille lampioni e di semafori. Se nell’autostrada, l’autovettura è l’unità di misura del tutto, nelle strade di città tutto ruota attorno alle vetrine. Immancabilmente la persona è ai margini e mendica essa stessa la velocità o l’acquisto, rincorre il prossimo impegno o l’autobus imponendosi ritmi che non hanno nulla a che vedere con i battiti del cuore e le pulsazioni che vanno dall’aurora al tramonto. In questo tipo di strade è ancora più facile scartare pezzi di umanità, lasciarsi dietro – come dimenticate – vite da vendere ai saldi di una mensa della Caritas. Anche fisicamente parlando queste persone sono ai margini. Sembrano come spinte da una misteriosa forza centrifuga che lascia la strada alle auto e il fondo dei marciapiedi ai barboni, che lascia brulicare il centro delle stazioni di gente indaffaratissima e il sottosuolo, gli angoli lontani, le zone silenziose a questi senza casa e senzaniente. C’era una volta al mio paese un matto che andava in giro a chiedere sempre cento lire. Quando ti vedeva, ti veniva appresso, tendeva la mano e poi chiedeva: “Mi dai cento lire?”. E lo ripeteva in maniera ossessiva, continua, ritmata come fosse una nenia, una litania, un’invocazione buddista. Una volta lo vidi arrivare dal fondo della strada. Mi aveva individuato e mi guardava fisso, quasi a volermi ipnotizzare perché non fuggissi repentinamente, ma quando mi fu a tiro, Archivio Mosaico di pace io di scatto mi voltai e, anticipandolo, gli chiesi: “Mi dai cento lire?”. Avevo giocato di sorpresa. Non se l’aspettava e un po’ ci rimase male. Fece come per frugarsi nelle tasche e scrollò le spalle. Ma la mia era un’esigenza di vita e non di soldi. Ci eravamo scoperti poveri in due.
La povertà di Bartimeo non è nella sua cecità, quanto nella sua dipendenza obbligata dagli altri. Che oggi possa mangiare un boccone dipende dal buon umore dei passanti, dipende dalla frettolosità del loro passo. Se ad esempio piove e la gente corre, difficilmente qualcuno si fermerà a gettargli almeno due spiccioli cioè un quattrino, esattamente quanto la povera vedova verserà nel tesoro del tempio (Mc 12,42). Ecco, quella di Bartimeo è una vita in balia persino del tempo atmosferico. Una vita da quattro soldi. Una vita che si gioca tutta nel breve spazio vitale che c’è tra la mendicanza e la dimenticanza. Appesa cioè a quel filo sottile che passa attraverso il buon cuore dei passanti e la loro endemica distrazione. D’altra parte la posizione in cui il Vangelo ritrae Bartimeo è quella dello stare seduti per terra, simbolo di quella pena della prostrazione che si aggiunge al non vedere. Bartimeo allora non mendica soldi ma vita, riscatto, dignità. Aspetta qualcuno che venga a schiodarlo da quella croce disumana e restituirgli la dignità perduta, quella stessa che il Padre ha sognato per lui e per ogni donna e uomo della terra. Soprattutto per questo motivo Bartimeo oggi è il nome di quella folla sterminata di senzanome che “ciechi, siedono lungo la strada a mendicare”.
Sono la stragrande maggioranza degli abitanti del pianeta e stazionano vicino o lontano dalle nostre stesse abitazioni confortevoli. Sono quelli che vivono con meno di un dollaro al giorno, quelli che hai visto rovistare nei cassonetti dell’immondizia e quelli che vivono di stenti in un villaggio del Sudan o degradati in una baraccopoli alla periferia di una delle capitali del sud. Milioni e milioni di mani che si protendono in cerca di dignità. A loro ormai non basta più la nostra elemosina, figlia del buon umore o della cattiva coscienza. Chiedono di essere schiodati da una croce tanto disumana. Le nazioni ricche si erano impegnate a versare almeno lo 0,7% del proprio reddito nazionale annuo e non vi hanno tenuto fede. Impera ora la dottrina secondo la quale non bisogna aiutare, ma commerciare i loro prodotti per riabilitare le loro economie. Passi frettolosi di viandanti preoccupati soltanto di portare la spesa a casa o di arrivare puntuali all’appuntamento col prossimo contratto. Nell’angolo del marciapiede c’era un uomo, ma non me ne sono accorto.

Caro Bartimeo, lascia che prima di guardare nel mio portamonete io contempli il tuo volto perché è il volto di Dio, il mio stesso volto. Lascia che io sprofondi nel tuo sguardo per ritrovare i miei stessi occhi. No, non credere che sia esercizio letterario e romantico i cui versi diventano incenso che non danno pane. La verità è che nella tua mano protesa all’elemosina anche io e tanti miei fratelli ci sentiamo mendicanti con te di nuova umanità. Di una liberazione che schiodi i sogni che abbiamo messo al guinzaglio del realismo, di una vita nuova che riconduca i nostri passi all’essenziale. Di un cammino lungo le strade meno scintillanti, ma più profumate di relazioni autentiche. Quante volte anche a noi capita di protendere la mano e non per chiedere, ma per stringerne un’altra. Soddisfatti d’aver concluso un contratto, un affare, poi non troviamo il tempo di stringere le mani dei nostri bambini per fare un girotondo con loro. Insegnaci a chiedere, Bartimeo, perché il più delle volte le nostre mani non chiedono ma prendono, afferrano, si avventano sui surrogati di vita volendoli rapinare. La verità è che siamo anche noi mendicanti di vita e non sappiamo ammetterlo. E lo rimarremo fino a quando non avremo compreso che la strada per la nostra felicità ha una svolta obbligata verso la tua.

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