MUSICA

Caparezza, l'ateo musicale

Joan Baez e Donovan: l’impegno civile di una generazione.
Vincenzo Dell’Olio

Il secondo secondo me
Il secondo album è sempre il + difficile nella carriera di un artista il secondo album è sempre il + difficile. Italiani brava gente, italiani dal cuore d’oro l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro di santi di poeti di mafiosi navigatori ma tutti vi vorrebbero tra le dita e la Montessori […] Dicono che gli arabi scrivono al contrario Mohammed ha detto che io scrivo al contrario dunque ogni cosa giusta rivela il suo contrario e se non 6 d’accordo mi dispiace x te Quando c’era lui i treni partivano in orario quando c’era lui ci deportavano in orario quando c’era lui non c’eravamo noi che se c’eravamo noi saremmo stati impallinati Allora votami e vedrai ti trovo un posto di lavoro votami e vedrai che non ti farai male votami e vedrai da domani ti vorrò bene figliolo una volta qui era tutta campagna elettorale Vuoi fare il cantante, ti servirà una spinta vuoi fare l’assessore, ti servirà una spinta vuoi fare carriera, ti servirà una spinta Sull’orlo di un burrone avrò bisogno di una spinta.
Restare fuori dal recinto delle etichette. È quello che le generazioni più giovani, e non solo, affermano in modo evidente. Le posizioni su temi scottanti come guerra, economia e politica come pure le scelte su consumi, passatempi, moda e cultura si orientano in svariate e non sempre ben definibili direzioni. La musica, come spesso accade, diventa ancora una volta specchio della realtà che la circonda. Inevitabile che sulla scena si affaccino artisti fuori dai generi musicali e dalle culture predefinite. Michele Salvemini, alias Caparezza, è di certo uno di quelli. La sua religione è l’ “ateismo musicale”, la sua ossessione ricorrente è di “non essere in grado di rispondere per bene a domande stupide”. Un chiaro punto di partenza per il rapper di Molfetta (Bari) dalla carriera movimentata e ben poco lineare. Il suo esordio è nel ‘97 quando con lo pseudonimo di Miki Mix si presenta a Sanremo. È subito classificato dai media come esponente di una cultura, quella hip hop, in realtà ben lontana tanto dalla sua produzione quanto dal suo background. La sua creatività, saldamente imbrigliata dalla casa discografica di allora e dai vari operatori del settore finisce per arenarsi riportandolo dal sogno di plastica di Milano alla sua Puglia. È qui che, a suo dire, avviene la conversione. Lontano da influenze esterne, libero di esprimere al meglio la propria vena artistica comincia a fare musica nella maniera più autentica. Il nuovo look (da capelli rasati e faccia pulita passa a barba e capelli incolti) e il nuovo alter ego (Caparezza) sembrano, un po’ alla volta, dischiudergli le porte delle jam (improvvisazioni musicali). Ma man mano che la sua vecchia identità viene svelata iniziano a piovergli addosso fischi e critiche, fino ad arrivare a veri e propri inviti all’uscita di scena. Insomma l’hip hop lo rifiuta per il suo passato finto e commerciale, nell’ambiente nessuno lo ritiene credibile. Per il cantante, però, anziché una limitazione questa diventa una presa di coscienza. L’inizio di una vera e propria sperimentazione sonora, lessicale e tecnica che lo porta ad approdare alla Extra, una casa discografica che lo lascia esprimere senza restrizioni. I frutti li coglierà prima nel 2000 con l’album “?!” e ancor più quest’anno con “Verità supposte”. È proprio quest’ultimo lavoro a lanciarlo definitivamente come voce nuova e originale nel panorama musicale italiano. Le rime sparate a raffica e la lingua scioltissima mettono alla frusta un intero mondo e tracciano un ironico, istrionico e spesso velenoso quadro di molte realtà odierne. Dalle differenze culturali e i luoghi comuni di Il secondo secondo me (ultimo singolo), alla presa in giro della televisione de L’età dei figuranti, dall’antirazzismo di Vengo dalla luna alla vacuità di un certo tipo di divertimento giovanile di Fuori dal tunnel, Caparezza ne ha per tutti. Una nota particolare va poi alla canzone Follie preferenziali, una denuncia contro la guerra che la porta a diventare spontaneamente inno del movimento pacifista italiano. Sotto quel cespuglio di capelli c’è dunque una testa pensante che invita tutti a diventare teste pensanti senza etichette né preclusioni. Per dirla come lui: “La cultura non è ciò che sai, ma ciò che fai di ciò che sai”.

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