La difficile via africana
Non è certo un’impresa facile trovare dei teorici della nonviolenza nella storia africana. Le guerre e lo sfrutta mento che hanno segnato quella storia e quella me moria però non hanno impedito che anche nei mo menti più conflittuali vi sia stato chi ha scelto la strada del rifiuto della violenza. Segnato da una grandissima povertà e martoriato da numerose guerre, questo continente soffre di mali molto difficili da sana re. Derubata dei suoi figli che, ridotti in schiavitù, sono stati venduti come merce ai latifondisti del Nord e del Sud America, l’Africa ha pagato un grandissimo tributo al mondo occidentale, il cui benessere è una diretta conseguenza del malessere del continente nero. Il caso Sudafrica Sarebbe falso però afferma re che siano stati gli Europei a portare la violenza; anche prima dell’epoca coloniale l’Africa ha conosciuto diverse guerre molto cruente. Ma è in seguito alla politica imperialista delle potenze occidentali che la situazione si è radicalizzata fino a diventare ingovernabile. Posti di fronte alla violenza esercitata dai regimi coloniali, la maggioranza dei movimenti indipendentisti africani hanno scelto la strada dell’op posizione armata considerandola l’unica via possibile per riconquistare l’agognata libertà.
Una delle figure più carismatiche della storia sudafricana, il premio Nobel per la Pace Nelson Mandela, ha difeso in più di un’occasione la decisione del l’African National Congress di ricorrere alla guerriglia per combattere il regime razzista sudafricano. Tutta via Mandela e i capi del l’Anc si sono impegnati in prima persona a intavolare i faticosi negoziati che hanno portato a costruire un Sud africa multietnico. L’esempio dato da Mandela ha fatto certamente scuola e il suo carisma ha influenzato più di un leader africa no contemporaneo; tutta via egli non né il primo né l’unico ad aver compreso l’importanza del dialogo e del perdono per arrivare a un mondo di pace. Sarebbe difficile in questa sede tracciare una storia del pensiero nonviolento nel continente africano, tuttavia credo possa esse re molto utile ricordare una serie di figure che più di altre hanno utilizzato metodi di lotta nonviolenta per opporsi all’oppressione esercitata dai regimi coloniali e post-coloniali. La prima considerazione che va fatta è che l’Africa non può essere intesa come un mondo eticamente omogeneo e monolitico. Malgrado molte civiltà africane abbiano più di un elemento in comune, le differenze tra le etnie, anche all’interno di uno stesso Stato, sono senz’altro molte di più rispetto alle similitudini. I Murid Senza pretesa di scientificità, l’Africa, esclusi i Paesi della costa mediterranea, può essere divisa in tre macroaree culturali. In questa sede si analizzeranno dunque tre figure che per certi versi incarnano le tre anime dell’Africa: quel la islamica, quella cristiana e quella tradizionale, che pur non essendosi conservata integralmente ha mantenuto alcune specificità. All’interno della prima macroarea culturale possono essere compresi i Paesi del Sahel, la zona che estende a sud del deserto Sahara. Le popolazioni che vivono in quest’area sono per lo più di religione musulmana, anche se l’islamizzazione è avvenuta piuttosto recentemente. Tra la fine del 1700 e i primi dell’800 l’Islam si diffonde tra le popolazioni del Sahel che però mantengono molte delle loro antiche tradizioni. Pur essendo ricco di inviti alla tolleranza religiosa, il Corano non contiene molti appelli espliciti alla nonviolenza. La guerra vie ne vista come un male necessario oltre che come il dovere di un buon credente, ma anche all’interno dell’universo culturale islamico non mancano personaggi che hanno fatto della nonviolenza il loro credo. Tra le figure più importanti va sicuramente ricordato Cheikh Amadou Bamba, capo spirituale dei Murid, la confraternita religiosa in cui si riconosce la maggior parte dei senegalesi. Imprigionato e deportato dai Francesi, Cheikh Amadou Bamba ha sempre risposto alla violenza con la nonviolenza. “Le mie armi sono lo studio e il Corano” predicava ai suoi discepoli desiderosi di combattere il potere coloniale francese. Cheikh Amadou Bamba fu senz’altro uno dei primi a capire che non si poteva affronta re l’oppressore sul terreno militare e che per vincere era necessario dimostrare la propria superiorità morale. La sua scelta si rivelò giusta e la sua interpretazione del Jihad, come sforzo contro il male in se stessi, fece scuola. “Prima di combattere il male del mondo è necessario affrontare il male che c’è in noi”, diceva citando il Corano. Verità e giustizia Per quanto concerne l’uni verso culturale cristiano occorre fare un serie di precisazioni. Innanzitutto sarebbe errato pensare che il Cristianesimo sia stato portato in Africa dai missionari europei. Le radici del Cristianesimo in Africa so no





