MIGRANTI

Il buco nella rete

Hotspot di Lampedusa, dicembre 2016.
Quando la vita normale, di cui avresti diritto, ti costringe a passare da uno strappo in un rete metallica per una banale passeggiata sul molo.
Betta Tusset (Campagna Ponti e non Muri )

Si arrampicano sul muretto, si intrufolano tra le maglie squarciate della recinzione, scavalcano e camminano in equilibrio sul cordolo per qualche metro. Saltano dall’altra parte e camminano in fila indiana, inerpicandosi sui sentieri di terra rossa e fangosa, tra sterpaglie, pietre, case della gente del luogo e cani randagi. E vanno verso il paese, molti in infradito e ciabatte di pezza, in attesa di. 

Hotspot di Lampedusa, dicembre 2016. Ce l’avevano detto che, per uscire dal ‘centro’, i giovani arrivati dal mare fanno così, ma ci sembrava quasi impossibile. Un po’ più avanti c’è un cancello, l’entrata ufficiale, sempre chiuso. Da lì, chiedendo burocraticamente permesso, loro potrebbero transitare, perché questo posto dovrebbe solo essere un luogo temporaneissimo di transito in cui venire “registrati” in base ai più recenti accordi europei. 72 ore, lo sanno anche loro, c’è scritto nell’opuscolo che ricevano appena salvati dalle onde. Questo è stato, ma non è più, un centro di accoglienza: ora dovrebbe essere comunque un luogo dove ricevere le prime cure, o il primo “benvenuto”, in attesa di iniziare – o riprendere – il viaggio verso una vita più degna.

“Quando un anno e mezzo fa sono arrivato qui, sedicenne, ho pensato ‘stiamo andando in prigione’”, mi confiderà più tardi Mady, un ragazzo del Burkina Faso che fa parte del gruppo di persone  che hanno aderito a un pellegrinaggio speciale a Lampedusa, intitolato ‘il viaggio della vita’ dal suo promotore Germano Garatto. In effetti questa costruzione, un rifugio durante la seconda guerra mondiale, incassata e quasi nascosta alla vista e alla vita, non induce certo al respiro. 

È l’imbrunire, tira vento e a tratti piove. “Durante le quattro settimane che ho trascorso qui non sono mai uscito – sussurra Mady dopo che un militare ci invita ad andarcene, cercando però di far rientrare lui che nero com’è vorrai mica che sia in gita con questi bianchi – ero stanco e confuso. E avevo paura. Stavo a letto a dormire e giocavo a calcio nel cortile con i palloni che qualcuno ci lanciava da fuori”. 

Guardiamo dall’alto i ragazzi che entrano o escono dal buco. Altri ci passano a fianco e sorridono sempre e salutano, a volte con le mani sul cuore e chinando il capo. Ma possono entrare e uscire così? Perché non chiedono di passare dal cancello? Non sono prigionieri. Sarebbe troppo complicato, ci hanno spiegato. Troppe responsabilità se succede loro qualcosa. Ma anche tenerli chiusi dentro... poveracci, che possono fare lì. Perché non è vero che ci stanno tre giorni. Anche due mesi vivono qui. Devono pur fare due passi  e far passare il tempo. E allora anche i 500 uomini delle varie forze dell’ordine passano e salutano, o passano e si girano. E fingono di non vedere gli altrettanti 500 uomini – le donne in questi giorni sono cinque – che ciondolano su e giù per via Roma e dintorni, in attesa di ricominciare a vivere.

Intanto, qualche lampedusano che non si è stancato di spalancare le braccia, come Pilla, Costantino o mamma Rosa, apre la loro casa ai ragazzi e offre loro un barlume di normalità. Altri, in paese, protestano per la pipì fatta in giro, in mancanza di servizi pubblici gratuiti, o semplicemente continuano a fare la loro vita fianco a fianco a questi zombi in ciabatte da camera e felpa a dicembre. Altri ancora, riuniti in associazione – come quelli di Mediterranean Hope, i giovani del collettivo Askavusa, i volontari della parrocchia con don Carmelo e i singoli che confluiscono nel Forum Lampedusa solidale, si attivano come possono e sanno, adoperandosi per aiutare, denunciare. 

Quante voci, quanti volti ci siamo spartiti in tre giorni di permanenza su quest’isola, ponte tra continenti e luogo di passaggio di tantissimi popoli, non certo da oggi, come ci ha spiegato Nino Taranto, presidente dell’Associazione Archivio Storico. 

Lampedusa, isola condivisa nei secoli da amici e nemici, luogo della sosta necessaria; isola militarizzata e centro di interessi economici non solo per i suoi abitanti, fulcro di contraddizioni, in bilico tra essere strumentalizzata da chi la utilizza come palcoscenico dei buoni sentimenti, da chi la addita per propagandare la necessità di respingimenti a prescindere e da chi l’ha fatta assurgere negli anni a sistema congegnato per mantenere il sistema stesso. 

Questo buco nella rete, questo buco illegale che permette qualche ora di risate e di panorami nonostante tutto mazzafiato, mi è apparso, nello scorrere delle ore e nell’accavallarsi degli incontri, l’emblema di tanti altri buchi, squarci e strappi, nel bene e nel male.

Un buco nella rete dell’accoglienza e della solidarietà istituzionale verso tutti questi naufraghi, che arrivano stremati allo scoglio anche quando la loro bagnarola non è affondata: li abbiamo incontrati in tanti, davvero in tanti, senza scarpe e giaccone. Ci hanno raccontato di come molti di loro dormono con il materasso per terra: il centro conta 380 posti letto, ma spesso il numero degli accolti raddoppia o triplica, senza che vengano approntati i servizi necessari. L’acqua per la doccia è fredda, e spenta dalle nove di sera alle sette del mattino. Ci hanno raccontato di ricevere due merendine da 40 centesimi al posto del pocket money di due euro e mezzo che spetterebbe loro quotidianamente di diritto. Ci hanno detto di aver visto un pezzo di pollo una volta in 20 giorni, di aver ricevuto una scheda da 5 euro per chiamare casa... ma non avendo avuto modo di farlo molte delle loro famiglie non sanno ancora che sono vivi. Ci hanno mostrato le loro tute di acrilico spaiate e fuori taglia tanto che, anche se non fossero identificabili come profughi per il colore della pelle, sicuramente lo sarebbero perché vestiti come pagliacci. 

Eh, ma almeno sono salvi, che non si lamentino. Eh, almeno accoglienza degna, diciamo con i vari volontari che distribuiscono vestiario e scarpe in parrocchia. 

Ci sono poi i buchi dell’informazione, come sottolineato da Giacomo Sferrazzo del collettivo Askavusa, presente sull’isola dal 2009. 

Da quando, dal 1992, Lampedusa ha visto i primi naufraghi migranti arrampicarsi stremati sugli scogli, si sono succeduti  in Europa e in Italia leggi, accordi, agenzie e programmi che sono andati di pari passo con gli eventi europei e mondiali. Dalla creazione del mercato interno europeo, che ha visto l’istituzione degli accordi Shengen nel 1985 e le conseguenti politiche dei visti e delle frontiere verso l’esterno, le condizioni dei migranti economici-richiedenti asilo- profughi si sono via via modificate. 

E l’accoglienza a Lampedusa, se all’inizio era normale abbraccio di chi va per mare a chi arriva e chiede aiuto, si è a mano a mano normata, diventando inizialmente centro di accoglienza informale fino ad essere legittimato, anche attraverso la pressione mediatica, a esistere in modo permanente, dal 1998 in poi, a causa dell’“emergenza”, che non sempre qui c’è stata. Dal famigerato 3 ottobre 2013, che ha visto naufragare a 800 metri dalla splendida Isola dei Conigli 368 persone delle 518 che erano su un barcone, non ci sono più barche che arrivano autonomamente a Lampedusa. Ora i naufraghi vengono salvati al largo delle coste libiche, come sappiamo, e portate qui ‘per 72 ore’. Quelli che sono riusciti a non morire. Restano due grandi questioni aperte, che possono sembrare banali, ma sono, piuttosto, banalizzate: perché questa gente vuole andarsene dalla propria casa? Noi, mondo dell’Occidente, che creiamo povertà e forniamo armi e sosteniamo guerre nei loro Paesi, perché non riflettiamo seriamente su questi problemi, che risolverebbero i loro alla radice?   

C’è infine uno squarcio, in quella rete di filo spinato che avviluppa chi credeva di aver finito di tremare. Uno squarcio di quelli inaspettati, splendidi. 

Ce l’hanno mormorato, ancora senza fiato, i superstiti del 3 novembre di quest’anno, 27 ragazzi dagli sguardi ancora persi nel pianto, quando hanno chiesto e ottenuto di poter commemorare in chiesa e sulla piazza del paese i 120 amici morti che erano con loro sul barcone. 

Con dignità, con i piedi ancora screpolati dal salso e dal gasolio di un mezzo che imbarcava acqua dalla partenza e con gli occhi pieni di un orrore che solo a un mese di distanza hanno iniziato a raccontare, erano lì. E, come in una litania dei santi che sembrava non finire mai, hanno pronunciato a voce alta i nomi che sono riusciti a mettere insieme. 

A Mady, che è voluto tornare sull’isola “per riprendersi l’anima” rimasta impigliata tra i nodi della prima rete del salvataggio e dell’esclusione insieme, dedico le parole che lui stesso ha saputo porgere ai suoi fratelli che gli chiedevano “come ce l’hai fatta”: “Ognuno di noi è destinato a una vita normale”.

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