Quella maledetta bomba
La confessione dello scienziato Abdul Qadir Khan, il “padre” della bomba atomica pakistana, di aver venduto informazioni segrete sulle armi nucleari a Libia, Iran e Nord ha rinnovato l'interesse sulle responsabilità degli scienziati atomici. Il 6 e 8 agosto 1945 furono bombardate due città: a Hiroshima morirono in un anno 140.000 persone e altre 200.000 nei cinque anni successivi. A Nagasaki 70.000 abitanti furono uccisi quel giorno o morirono prima che l'anno finisse, e più di 70.000 morirono nei cinque anni successivi per effetto delle radiazioni. “Le bombe nucleari affrettano la fine della guerra” si disse. Era una grande bugia, perché la trattativa di pace era stata già avviata dall'imperatore. Fu la grande menzogna dell'ultima guerra. E come il crimine, anche essa è rimasta impunita, e il ricordarlo ancora riceve l'accusa di fare “propaganda antiamericana”. Fermi e Oppenheimer Oppenheimer fu il più turbato dal bombardamento di Hiroshima e Nagasaki.
Dichiarò di aver avuto “terribili” rimorsi: “Parlando senza mezzi termini, senza alcuna battuta di spirito o esagerazione: i fisici conobbero il peccato; e questa è una conoscenza che rimarrà in loro per sempre”. Fermi invece ha sempre avuto un atteggiamento freddo e pragmatico; la sua sete di conoscenza per la fisica lo portò a disinteressarsi per le altre forme di cultura e anche alle vicende umane e politiche, persino in situazioni delicate come la costruzione di armi. Nel 1929 si era iscritto al partito fascista, ma perché così poteva disporre di finanziamenti per le ricerche. Nel 1938 Fermi andò in Svezia per ritirare il premio Nobel, e da lì espatriò negli USA; non solo perché le leggi razziali potevano colpire la moglie ebrea Laura Capon, ma anche perché il governo non assicurava più i finanziamenti necessari per rimanere competitivi con i laboratori esteri. Oppenheimer previde che la scoperta della bomba avrebbe portato nel futuro ad armi atomiche sempre più devastanti. Invece secondo lui la sicurezza della nazione doveva fondarsi sull'impegno “per un mondo unito, secondo la legge e l'umanità”, tale da rendere una guerra impossibile. Essendo stato il principale responsabile della realizzazione della bomba, egli si sentì profondamente impegnato a trovare una soluzione a questo problema mondiale. L'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, tenutasi a Londra nel gennaio del 1946, chiese l'eliminazione delle bombe atomiche e di tutte le armi di distruzione di massa. Oppenheimer, assieme ad altri, compose un primo rapporto per raccomandare l'istituzione di un'autorità internazionale relativa allo sviluppo atomico, di ausilio alle Nazioni Unite. L'agenzia (AIEA) sorse nel 1957 a Vienna. Oggi ha una notevole importanza, ma solo parziale, per il semplice fatto che le grandi potenze non hanno ancora rinunciato ai loro armamenti nucleari; anzi, col pretesto di concedere a tutti il nucleare pacifico, hanno utilizzato l'Agenzia internazionale per conservare il loro predominio. Oppenheimer fu poi accusato di aver ostacolato, con la sua influenza sugli scienziati americani, lo sviluppo della successiva bomba all'idrogeno e fu addirittura processato. Questo fu il più grosso colpo per i sostenitori del disarmo nucleare. Intanto Einstein e Russell avevano scritto un famoso “Manifesto” in cui si presentavano alla gente in una doppia veste: come semplici uomini, chiedevano agli altri uomini il disarmo nucleare; e come scienziati, si limitavano a informare l'umanità sul bivio storico che la scienza aveva creato: o la distruzione apocalittica nucleare, o il benessere di una grande fonte di energia. Si noti l'implicito chiudersi nel ruolo dello scienziato che non prende posizione, perché la scienza seguirebbe valori così elevati che essa sarebbe al di sopra di ogni conflitto umano. Casomai essi agli scienziati suggerivano di rendersi responsabili delle conseguenze sociali della proprie scoperte, per interromperle sul nascere. Ma troppo grande è risultata la distanza sociale tra invenzione e applicazione perché il loro appello abbia avuto un seguito nella realtà. Da quei tempi gli scienziati non hanno dato particolari esempi di coscienza morale. Anzi l'appello del Papa (Unesco 1979) di “abbandonare i laboratori di morte” non ha avuto seguaci. Eppure era la accettazione della obiezione di coscienza (alla scienza) da parte della Chiesa cattolica; con questo passo essa ha misurato quanto i fedeli fossero capaci di impegnarsi in scelte morali radicali. D'altra parte, da quei tempi la scienza si è richiusa in una morale di piccolo cabotaggio, salvo quando sono nati grossi problemi nel rapporto scienza-società (centrali nucleari, euromissili, biotecnologie); allora la scienza si è trovata lacerata tra partiti diversi; e allora sono state le associazioni degli scienziati a impegnarsi in battaglie civili; ma non più in nome di una scienza che collegialmente voleva redimersi delle scoperte negative realizzate. La morale ufficiale Nella primavera del 1950, una pastorale dei vescovi francesi condannò le armi atomiche, “le quali colpiscono indiscriminatamente soldati e civili, e ciecamente spargono la morte su aree sempre più vaste via via che cresce il sapere scientifico”. Ma non ebbe seguito e anche oggi la Francia prosegue, imperterrita, in un programma nucleare di potenza. Il Concilio considerò il problema; ma non riuscì a evitare la realpolitik dominante; secondo la quale la pace nel mondo sarebbe mantenuta in ultima istanza dalla paura nucleare. Allora condannò l'uso delle armi nucleari in una maniera solo formale; cioè se usate in guerra, ma non il loro possesso né la “deterrenza” (minaccia di uso effettivo, in modo da vincere e dominare gli altri senza aver combattuto). Quindi la condanna non si riferisce al passato di Hiroshima e Nagasaki (lo si è dimenticato? Condonato? Assolto? Giustificato?); e neanche è riferita al presente, cioè al costante uso terroristico di esse nei rapporti diplomatici con gli altri Paesi. La condanna è riferita solamente al futuro, all'uso sterminatore che avverrà durante una prossima guerra, quando però la gente bombardata non potrà più pensare, e la gente del mondo vivrà ormai uno scenario apocalittico. Cercò di rimediare la Pacem in Terris di Papa Giovanni (1963). Essa si sganciò dal sostenere ogni politica di corsa agli armamenti (era la prima volta che avveniva ciò da parte di una Chiesa nei rapporti con gli Stati), lanciò l'obiettivo di un governo mondiale basato sul diritto internazionale come risolutore dei conflitti sulla terra e infine dichiarò che, data la enormità delle armi moderne, la guerra ormai era “alienum a ratione”, cioè era “pura pazzia”.
Era un colpo di timone robusto alla fede cristiana posta di fronte a una aberrazione storica raggiunta dalla scienza e perseguita dalle difese nazionali (o delle ideologie). Ma qualcuno in Vaticano si è sentito in dovere di tradurre (almeno in francese e in italiano) che la guerra “è irragionevole”, il che svuota di forza morale il punto centrale di quell'enciclica. Di fatto anche oggi quella enciclica viene ricordata come un appello agli uomini di buona volontà per una generica pace nel mondo, non per la sua condanna di importanza storica. Non a caso poi gli arsenali sono arrivati a cumulare 50 mila bombe nucleari (un calcolo dà una media di 3000 chili di tritolo a testa!) senza che le autorità morali alzassero la voce. Cosicché oggi tutti i vertici mondiali, compresi quelli religiosi, continuano a considerare una guerra nucleare come possibile, forse anche necessaria. Nel 1983 i Vescovi statunitensi cercarono di superare questa distinzione tra uso e deterrenza delle armi nucleari, tra il futuro e il presente; ma furono richiamati a Roma e portati a una ritirata strategica su un documento che poneva delle semplici domande sul tema. Nel frattempo i vescovi francesi uscirono con un documento in cui dichiaravano che la civiltà cristiana si doveva difendere, per cui erano da preferire le bombe nucleari ai gulag sovietici. Eppure pochi anni dopo, nel 1989, dei popoli scristianizzati hanno avuto tanta fede nell'uomo (se non in Dio) da liberarsi a mani nude di governi armati contro di loro con bombe nucleari. Queste lotte enormi che hanno sconvolto l'equilibrio del terrore mondiale non hanno dato luogo a ripensamenti ufficiali sulla moralità del nucleare. Nella Centesimus annus il Papa ha riconosciuto che era stata la nonviolenza che aveva portato i popoli alla vittoria sulla dittatura del socialismo reale (un fatto importantissimo per il capo di una Chiesa che si era affidata alla scomunica del marxismo e che non aveva mai propagandato la nonviolenza); ma non è andato avanti nella dottrina sulla guerra nucleare. Però una reazione c'è stata quando nel 1995 gli USA hanno adottato una





