ADOLESCENTI

Alla ricerca di adulti competenti

Il corpo. Il futuro. I valori.
E le forme diverse che assume la trasgressività adolescenziale.
Gustavo Pietropolli Charmet (Psichiatra, docente di Psicologia dinamica dell'Università di Milano)

Perché questa generazione di adolescenti è così trasgressiva verso la corporeità naturale?
Tra gli adolescenti si è diffusa una teoria secondo la quale si può controllare con la mente ciò che, fino a qualche tempo fa, veniva passivamente ritenuto ineludibile. Così gruppi di maschi e di femmine arrivano a perseguire manipolazioni violente nella loro corporeità.
Il piccolo esercito di ragazze magrissime dedite a diete rigide, ad esempio, costruisce un nuovo corpo alimentare, grasso o magro, in grado di suscitare sentimenti di vergogna senza rivali rispetto a quelli sperimentati nei confronti del corpo eccitato, desiderato e desiderante, del corpo del piacere. Una dimensione con effetti di intensità particolare, che giungono ad annullare la dimensione del corpo sessuato. Un altro manipolo di ragazzi è dedito a operazioni meno cruente, ma non meno diffuse di manomissioni indelebili della pelle, incidendo tagli (i piercing) o segnandola con inchiostri indelebili nel sottocute.
Costituisce una trasgressione inusitata perché l'appropriazione della corporeità infrange la convinzione che il corpo a quell'età appartenga alla madre e sia dato in prestito al bambino. Nella nostra cultura non si era mai verificato che i ragazzi passassero dalla cura della propria pelle alla manomissione della cute e dei capelli anche in modo indelebile, in alcuni casi anche con gesti cruenti con fuoriuscita di sangue, azioni dolorose, e che evocano riti iniziatici. E poi ci sono coloro che usano il proprio corpo a livello professionale, alterandolo, attraverso il doping, il culturismo: sono i palestrati , supercorpo con poteri stupefacenti.
E poi ancora, molti ragazzi dediti all'invenzione di un corpo sociale addobbato in modo infinito attraverso look esasperati che lanciano messaggi per intenditori. Bisogna disporre di un codice per cogliere il significato del look in termini di appartenenza, di valori ideali di riferimento. In ultimo, una forma estrema di trasgressione sul corpo naturale, individuato come persecutore nei confronti del quale agire in termini davvero molto sovversivi. È in aumento il numero dei giovani adolescenti atti al suicidio, un vero e proprio attacco alla corporeità.

Dalla colpa alla vergogna
Queste trasgressioni pongono un interrogativo: come mai? Invece che accogliere con una reazione di giubilo la dimensione della nuova corporeità sessuata e generativa, sicuramente più prestativa rispetto al corpo infantile, numerosi adolescenti si mettono di traverso. Imprimono nella naturalità del corpo dei segni per appropriarsi del suo destino, generando la situazione paradossale per cui, volendo negare il corpo, si fa dipendere l'identità fisica e valoriale dalla conformazione e dall'immagine del corpo per divenire il proprio corpo e i propri sentimenti. I valori diventano il corpo come se dar da mangiare al corpo equivalesse a sottrarre alimento alla mente. Per sfuggire al destino si riversa l'identità sulla propria dimensione corporea.
D'accordo, il manipolo di ragazzine magre forse è ridotto, ma dolore e sofferenza parlano anche a nome di tutte le altre ragazzine in difficoltà, apparentemente integrate nel valore della femminilità e della realizzazione sociale. Abbiamo, dunque, il dovere di occuparcene e non solo in termini di analisi del linguaggio e della comunicazione, ma provando a regalare senso a gesti insensati. È difficile riuscire a organizzare una risposta a queste alterazioni se non si comprende il contesto educativo, la cultura degli adulti e delle istituzioni. All'interno del modello educativo attuale non è più centrale il tentativo dell'adulto di impadronirsi della mente del bambino con un senso di colpa verso la propria natura.
La rappresentazione del bambino come piccolo perverso o polimorfo, invidioso, distruttivo, egoista, ha lasciato il campo alla rappresentazione di un bambino buono alla ricerca di mamma e papà. Scegliendo la civiltà dei suoi genitori, fa prevalere un modello educativo non fondato sulla cultura della colpa ma su quella della vergogna. Qualsiasi insegnante delle scuole medie che lavori per contribuire alla costruzione della personalità dei propri allievi maschi, deve rinunciare a farli sentire in colpa.
Non provengono più dal sistema della colpa e della paura, perché la mente di un ragazzino di 12/13 anni non ha conosciuto profondamente e per tanto tempo la minaccia ineludibile dell'adulto. Però non sappiamo ancora, d'altra parte, come trasformare la cultura della vergogna nella prospettiva dell'amore che matura belle persone. Allora, il narcisismo, la visibilità sociale si scaricano sul nuovo oggetto che dalla natura e dalla crescita viene messo nelle mani dell'adolescente. Contemplandosi nello specchio del suo nuovo corpo sociale, non riuscendo a integrarlo nella propria personalità, lo lascia lì e ci lavora.
Ci scrive su e se ne appropria, lo usa come una lavagna, come un foglio di carta, oppure lo considera un persecutore, oppure lo rinnega, come se quel corpo pretendesse di possedere la sua mente e i suoi valori, di modificare o anche annientare il suo destino biologico.
Difficile capire per quali strade i ragazzi, invece di mettersi in adorazione della propria bellezza naturale, si adoperino così tanto per costruire una bellezza artificiale senza la quale avvertono sentimenti di umiliazione e vergogna.
Certo, siamo in una società del narcisismo, caratterizzata da una forte prevalenza della visibilità dei messaggi inviati dal corpo, dall'apparire. In questo senso, il passaggio dalla cultura della colpa al modello educativo della vergogna, ha generato ragazzini oggi con scarso superio, altissime aspettative nei propri confronti, che temono più la vergogna, il perdere la faccia, la bellezza, confondendola con la bella persona che potrebbero diventare.

Eternizzare il presente
Ma c'è anche una trasgressione rispetto alla dimensione del futuro. La crisi adolescenziale di oggi non è tanto perseguitata dal passato, dalle privazioni o dai traumi subiti nell'infanzia. Gli adolescenti non hanno grandi ragioni per vendicarsi dell'infanzia che hanno subito. Sostano a lungo nel tempo intermedio perché il loro problema è il futuro, la difficoltà ad andarlo ad abitare, non tanto il loro passato quanto l'anno che hanno dinanzi. La difficoltà a credere che esista un tempo in cui si realizzerà il desiderio, il progetto, la vocazione. I ragazzi più disperati sono quelli che hanno perso la dimensione della crescita e della fiducia nel loro progetto futuro. La gerontocrazia al potere genera pessimismo perché sottrae al futuro qualsiasi risorsa: pensioni, lavoro, ozono, Amazzonia.
La cultura generazionale è quasi incantata dalla prospettiva di eternizzare il presente, di travestire i giorni e ritenere che quella sia l'unica fase della vita caratterizzata da creatività, godimento, amicizia, avventura e rischio. Il resto, nient'altro che babypensionamento affettivo, sentimentale, sessuale.
L'adultità non è il tempo in cui si realizzerà il progetto e il sogno. Pensate, la trasgressione rispetto al futuro in un momento della vita in cui il futuro è tutto: i

Dissenso e responsabilità
Un elemento comune ai cosiddetti pedagogisti del dissenso? L’idea che l’appartenenza a una comunità debba essere subordinata ad una più ampia appartenenza al genere umano in quanto tale, che prima di essere membri di un gruppo siamo persone. La sintesi pedagogica più alta è proprio nelle parole con cui don Milani nella “Lettera a un giudice” riassume il senso dell’obiezione: ”Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini e davanti a Dio, che bisogna che si sentano ciascuno il responsabile di tutto. Da questo patto l’umanità potrà dire di aver avuto in questo secolo un progresso morale parallelo proporzionale al progresso tecnico”.
Ecco, la pedagogia della coscienza critica si riassume nel dovere di tradire il conformismo dell’appartenenza pigro, inerte quando questa diviene tirannica, nazionalistica, escludente.

Daniele Novara, pedagogista del Centro psicopedagogico per la Pace e i Conflitti di Piacenza
ragazzi di belle speranze sono quelli che hanno nelle mani il futuro, che si allenano, in tutti i campi, non solo nel calcio. Si allenano perché ci credono davvero, sentono che dentro c'è una buona propensione per sviluppare la capacità di amare e di farsi amare e man mano che passa il tempo, ogni semestre, si impara ad amare e a farsi amare in modo migliore e si diventa più creativi perché si acquisiscono nuove abilità e nuove competenze, e si comunica meglio. La cultura generazionale non va in questa direzione, non crede che tutto ciò che succederà nel futuro inizi già nel presente.

Convivere nel conflitto
E poi c'è la trasgressione sui valori. Il contributo che questa generazione di ragazzi dà allo sviluppo di ideali, di valori etici va ricercato nella vita affettiva, non nella vita politica o culturale. Si pensi alla gruppalità, come microsocietà caratterizzata da forti scambi di natura affettiva, di appartenenza e solidarietà, ecc. La capacità del gruppo dei coetanei (non del gruppo banda ma del gruppo spontaneo di amici) di accogliere la diversità e la differenza, il clima di sostanziale pari opportunità garantito a tutti quanti, la propensione al volontariato, sono elementi molto interessanti perché significa che, all'interno del modello educativo in cui sono cresciuti, hanno appreso a lavorare pacificamente nel conflitto. Nel loro gruppo il conflitto è elaborato pacificamente, evitano persino di darsi una gerarchia: per prendere decisioni preferiscono estenuarsi fino all'inconcludenza piuttosto che rischiare di decidere qualcosa che potrebbe compromettere l'unità, la solidarietà e, dunque, l'appartenenza.
Certo, molte critiche rivolte alla gruppalità giovanile sono anche legittime. La grande speranza degli adulti non viene corrisposta da questi giovani: non sono intenzionati a svolgere un nuovo progetto utopico generazionale, a fare il loro mestiere proponendo sulla scena sociale la novità politica che critichi l'organizzazione data del potere, a sacrificarsi e lasciarsi anche picchiare per un po' per ottenere il cambiamento. Forse sarebbe diverso il nostro giudizio se valutassimo come stanno gestendo gli affetti, la passione amorosa, la realtà dell'amicizia ecc., tra di loro ma anche con gli adulti. Ad esempio, dopo la crisi dell'autorità del padre, dovremmo chiederci se questo clima di sostanziale pacificazione del conflitto fra le due generazioni, non soltanto all'interno della famiglia ma nella comunità sociale, debba preoccupare perché ovviamente eludere il conflitto, rifugiarsi nella pace apparente, non è una dinamica educativa apprezzabile. Diverso sarebbe se significasse che i giovani superano il conflitto con la generazione precedente perché la vedono come una risorsa interpretata da competenti adulti di riferimento.
In base a tutti i dati che ho raccolto in questi anni, scorgo adolescenti alla ricerca di adulti competenti, che sappiano riorganizzare la speranza, e quando li trovano non li mollano più, li seguono, se li mangiano vivi. Se potessimo concludere che questi non ci guarda no neanche, non ci vogliono, non ci cercano, ce l'hanno a morte con noi, potremmo star tranquilli. Invece no, stanno cercando coloro che hanno curiosità, interesse, disponibilità a mettersi dietro i loro occhi, a confrontarsi con il loro sistema di rappresentazione. Li cercano, ma fanno fatica a trovarli.

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