Se l'acqua diventa merce
Se l'acqua è stata tradizionalmente considerata fonte di vita, come mai siamo arrivati a trasformarla in una merce e accettare, nell'indifferenza totale, che l'accesso all'acqua da diritto umano fondamentale sia diventato un “bisogno”, una merce da comprare nei supermercati? Per rispondere a questo interrogativo è necessario ricostruire alcuni passaggi avvenuti negli ultimi anni. La trasformazione dell'acqua in merce è avvenuta nel marzo 2000 nel Secondo Forum mondiale dell'acqua dell'Aja organizzato dal World Water Council. In quella conferenza (convocata per fare il punto sull'impegno adottato nella conferenza dello sviluppo sostenibile di Rio del 1992 sull'acqua per tutti entro il 2000), i rappresentanti di 140 governi accolsero infatti con superficialità la proposta delle principali imprese multinazionali del mondo, sottoscrivendo una convenzione che dichiarava l'acqua “come un bisogno”. Fino a quel momento l'acqua era stata considerata, almeno a livello di convenzione internazionale, un “diritto” per tutti. La Conferenza del Mar della Plata del 1977, cioè la prima conferenza delle Nazioni Unite sull'acqua, aveva infatti sancito che tutte le persone hanno diritto all'acqua potabile per soddisfare le proprie esigenze fondamentali. Il diritto all'acqua viene successivamente sancito nella Convenzione per l'infanzia e da parte dell'Organizzazione Mondiale della Sanità.
dal “mercato”. E poiché un prezzo è determinato dall'incontro tra domanda e offerta, ecco che la Banca Mondiale ha proposto per l'acqua il principio del “full ricovery cost”, cioè la copertura di tutti i costi necessari per accedere all'acqua, ivi compreso la remunerazione del capitale investito. Il secondo principio è che l'acqua è ormai una risorsa naturale in fase di rarefazione. Si parla ormai infatti sempre più di “crisi strutturale” dell'acqua. Si dice che l'offerta di acqua è inferiore alla domanda in funzione di due trend crescenti: l'aumento della popolazione mondiale e quello dei consumi. Ecco allora la fiducia nelle innovazioni tecnologie e le proposte tecniche di desalizzazione dell'1% dell'acqua dei mari, per combattere le crisi idriche. Ecco la sostituzione dell'acqua di rubinetto con quella di sorgente e con quella minerale, imbottigliata in bottiglie di plastica.. La soluzione per aumentare l'offerta di acqua sono gli investimenti privati e l'affidamento al mercato della gestione sottraendola al pubblico. L'acqua in realtà si sta rarefacendo solo perché si fa una cattiva gestione e utilizzo dell'acqua, conseguenza dell'attuale modello di sviluppo, soprattutto degli alti consumi in agricoltura e a livello industriale. E nei Paesi del Sud l'acqua diventa “rara” non perché non c'è ma perché c'è la povertà. Chi ci guadagna Il terzo principio della gestione economistica è la promozione dell'investimento privato, che è diventato il principale motore dello sviluppo. La spesa pubblica deve servire a coprire i servizi sociali minimi, quelli per la polizia o la magistratura, le spese militari e delle operazioni di peace-keeping. Tutti gli altri servizi rivolte alle persone vanno delegati in gestione ai privati. La conseguenze di questa scelta è la riduzione del sistema di welfare, ma anche della tutela dei diritti fondamentali all'acqua, alla salute, al cibo, all'istruzione. La riduzione del volume degli aiuti pubblici per il finanziamento dello sviluppo da parte di tutti i principali Paesi donatori verso i poveri e le grandi emergenze internazionali (aids, malaria ecc.) sono l'esempio più palese. Tutti noi, come singoli cittadini, abbiamo accettato tacitamente l'affermazione di questi principi nella misura ci siamo trasformati in consumatori, in utenti, in clienti che santificano la domenica negli ipermercati ad acquistare merci e prodotti tecnologici. Molte ONG ed espressioni organizzate della società civile, il cosiddetto no-profit, hanno inoltre la responsabilità per aver rinunciato a fare lobby, a svolgere un ruolo politico culturale in difesa dei diritti di cittadinanza per trasformarsi in erogatori di servizio sociali a basso costo, rinunciando a difendere le conquiste del welfare statale e la difesa di
modelli di sviluppo basati sulla difesa dei diritti dei poveri, sulla ridistribuzione della ricchezza prodotta. Accanto a queste scelte e comportamenti a livello locale si collocano le nuove politiche a livello globale. L'accesso all'acqua potabile è stato via via delegato dai Paesi del G8 e in subordine da molti degli stessi paesi poveri, costretti ad accettare le politiche di condizionalità imposte dalla Banca Mondiale e quindi a delegare al “mercato”, cioè agli investimenti privati, la gestione dell'acqua potabile . I Paesi del Sud e in particolare i più poveri devono accettare che la concessione di nuovi crediti o aiuti per la costruzione di acquedotti sia abbinata ad autorizzazioni e finanziamenti per la costruzione di dighe e infrastrutture. Per avere degli acquedotti devono spesso mettere in vendita o cedere a imprese le risorse d'acqua e la gestione della distribuzione. A livello di relazioni commerciali e di mercato globale, la gestione dell'attuale modello di sviluppo fondato sulla crescita e sul libero mercato è stato delegato al Wto e ai principi del Gats, adottati a Doha. Sono queste assisi internazionali, formate da gruppi di esperti che non rispondono a nessuna autorità di controllo politico, a sancire se i servizi dell'industria e dell'ambiente, nei quali è inclusa la gestione dell'acqua, devono essere aperti ai negoziati di liberalizzazione dei servizi. Nel momento in cui a Doha si è firmato l'accordo sul Gats, anche i Paesi del G8 hanno delegato al mercato la loro sovranità e sancito la fine dello sviluppo sostenibile. L'Unione europea, da parte sua, in conformità a questo accordo, in preparazione di negoziati di Cancun e sotto l'azione di lobby esercitata dalle principali imprese multinazionali operative in Europa, ha richiesto a 102 Paesi dei tre continenti di liberalizzare i settori ambientali e la risorsa acqua. Fortunatamente a Cancun, grazie alla capacità di organizzazione di alcuni Paesi del Sud come il Brasile di Lula, si sono opposti riuscendo a sconfiggere questa richiesta. È grazie a questa vittoria e alla sospensione dei negoziati, ottenuta con il supporto anche delle grande mobilitazioni di piazza da parte dei vari movimenti, che c'è oggi il tempo per organizzare nuove campagne e azioni di resistenza da parte delle espressioni più lungimiranti della società civile a difesa dell'acqua come diritto umano.





