FEBBRAIO 2005

Se tace Amos

A cura di Guglielmo Minervini

“Io detesto, respingo le vostre feste
e non gradisco le vostre riunioni;
anche se voi mi offrite olocausti,
io non gradisco i vostri doni
e le vittime grasse come pacificazione
io non le guardo.
Lontano da me il frastuono dei tuoi canti:
il suono delle tue arpe non posso sentirlo!
Piuttosto scorra come acqua il diritto
e la giustizia come un torrente perenne.”
(Am 5, 21-24)

Profezia è urto con il senso comune. Bufera nella normalità. Terremoto nel tempio. Scontro con il potere.
Profezia è imprevisto che sconvolge. Voce che chiama all’esodo. Annuncio che rimette in cammino senza dimora e senza nemmeno una pietra su cui poggiare il capo.
Profezia è rottura. Deserto. Inquietudine. Isolamento. Incomprensione. Profezia è restituire la sovranità del tempo al futuro e il futuro a Dio.
La parola della profezia attraversa la politica. Come spina conficcata nel fianco, ricorda alla politica, specie quando degrada verso il potere, il fine unico della fraternità. Come un sasso finito nella scarpa, con fastidio impedisce di dimenticare che il destino di ogni progetto umano, specie quando si trasforma in istituzione, è finire non durare. In eterno.
All’irriducibile conflitto tra profezia e politica è dedicato questo dossier, con lo sguardo specifico rivolto all’attimo presente. Non è tempo di profezie, d’accordo. A Machiavelli è riuscito di oscurare Amos, d’accordo. Ma cosa resta della politica affrancata dallo scrupolo della voce dell’ulteriorità?
Questa la domanda attorno a cui ruotano i testi, non rivisti dagli autori, tratti dalle relazioni svolte nell’ambito del convegno, tenutosi a Roma il 3 dicembre 2004, sul tema Profezia e politica. La parola e la visione sono le armi della profezia. La prima scuote, la seconda squarcia, organizzato dal Presidente del Consiglio della Provincia di Roma, che ringraziamo per la disponibilità.

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