NUCLEARE

La prossima sfida

Un movimento internazionale per chiudere il nucleare.
Angelo Baracca e Giorgio Ferrari

Durante la campagna referendaria c’era chi sosteneva che, data la presenza di tante centrali nucleari in Francia a ridosso dei nostri confini, tanto valeva costruirle anche da noi. Si spera che l’esplosione avvenuta il 12 settembre scorso nella centrale francese di Marcoule abbia fatto riflettere. Fortunatamente sembra essersi trattato di un incidente non grave e senza rilasci radioattivi all’esterno (il condizionale è sempre d’obbligo, vista la prassi consolidata delle autorità e dell’industria nucleare in tutti i paesi di minimizzare la consistenza e le conseguenze degli incidenti, quando non li possono nascondere, come fecero scandalosamente le autorità francesi per la “nube di Chernobyl” nel 1986). Rallegriamoci, ma l’impressione è stata grande, prendiamolo come un segnale: meglio fare tutte le pressioni ora perché la Francia cambi la sua scellerata politica (che risale agli anni Settanta del secolo scorso, quando iniziò la costruzione della Force de Frappe). Prima degli incidenti in Giappone dell’11 marzo (bisogna sempre ricordare che si è trattato di almeno cinque incidenti gravissimi, tre ai reattori n. 1, 2 e 3 e due alle piscine del combustibile irraggiato: e per fortuna tre reattori erano spenti per manutenzione!), mentre terminavamo la scrittura del libro SCRAM ovvero La Fine del Nucleare, il candidato per il prossimo incidente nucleare era proprio la Francia, e l’aspettativa purtroppo non è cambiata.
Sondaggi condotti in tutto il mondo (anche se sappiamo che non si possono prendere alla lettera) indicano che nell’opinione pubblica mondiale prevale l’opinione che i programmi nucleari debbano essere dismessi definitivamente. Dopo il successo del referendum in Italia, la Germania ha deciso l’uscita dal nucleare entro il 2022 e la Svizzera ha deciso di rinunciare ai programmi nucleari che voleva lanciare. Anche in Francia – dove la scelta nucleare è un tabù che è vietato mettere in discussione: sappiamo di scienziati autorevoli che non esprimono la loro posizione antinucleare se ci tengono alla carriera – i movimenti nella società civile stanno crescendo. In Giappone si sta giocando una partita decisiva: la maggior parte dei 54 reattori sono ancora chiusi, il movimento e le manifestazioni (una novità in quel paese) perché non vengano riaperti sono in crescita, il Primo Ministro Naoto Kan si è giocato la poltrona per la sua posizione di volere chiudere in prospettiva il nucleare; ma il potere dell’industria nucleare è fortissimo, la partita è aperta.
È il momento di cercare di unire tutte le forze, costruire un coordinamento dei movimenti di tutti i Paesi contro il nucleare e sviluppare iniziative internazionali forti per avere maggiore credibilità per la dismissione definitiva del nucleare in tutto il mondo, prima che avvenga un’altra Chernobyl o Fukushima: la contaminazione radioattiva non ha confini. L’energia nucleare produce nel mondo appena il 2% dei consumi energetici finali, non è credibile che sia così necessaria. In Giappone l’industria nucleare alimenta gli allarmismi sui black out che avverranno se non si riapriranno tutte le centrali e non se ne costruiranno altre: ma i fatti la contraddicono. Il Paese è all’avanguardia nella tecnologia fotovoltaica, ma il contributo percentuale delle fonti rinnovabili (c’è anche molto geotermico) alla produzione elettrica è scarso.

Il prossimo incidente?
Sono certo affermazioni gravi, non si tratta di spargere allarmismi, ma di essere realisti, e di prevenire il peggio. Gli incidenti gravissimi avvenuti in Giappone impongono di rinormalizzare i calcoli sulla probabilità di incidenti nucleari gravi. Noi ne abbiamo sempre criticato l’impostazione e la credibilità, ma anche in base ad essi dobbiamo aspettarci la possibilità del ripetersi di incidenti gravi con frequenze di pochi anni: da Chernobyl sono passati 25 anni, ma a Fukushima sono avvenuti cinque incidenti in un solo colpo (con la fortuna, ripetiamo, che tre reattori erano chiusi, e che il vento ha soffiato quasi costantemente verso l’oceano limitando la diffusione dei radioisotopi sul Paese: la cui gravità comunque rimane occultata dalle reticenze e dalle bugie del governo e dell’industria nucleare).
Deve essere chiaro il significato di probabilità di un evento, che i sostenitori del nucleare distorcono strumentalmente. Un evento che abbia una probabilità, anche estremamente piccola, avverrà sicuramente, anche se è impossibile prevedere quando. I nuclei dell’uranio hanno un tempo di dimezzamento di 4 miliardi di anni, ma in un campione di uranio le disintegrazioni si verificano di continuo: i nuclei che si disintegrano ora non aspettano quel tempo, mentre ve ne sono altri che non decadranno neanche tra 100 miliardi di anni o più. Perché un evento non avvenga, la sua probabilità deve essere rigorosamente zero.
E poi la probabilità di un evento catastrofico, anche fosse piccolissima (ma gli incidenti del Giappone provano appunto che non lo è), deve venire considerata unitamente alla gravità delle conseguenze: quelle di un incidente nucleare grave sono talmente catastrofiche e prolungate, rendendo inabitabili per decenni grandi aree abitate, che la sua eventualità anche se fosse remota non può venire assolutamente accettata.

Eredità nucleare
Dopo il successo del referendum l’attenzione dell’opinione pubblica verso il nucleare è crollata, anche per la drammaticità della crisi economica e dei salassi approntati da questo Governo: il quale – con l’accordo, bisogna dire, del PD – sta anche cercando di capovolgere il risultato dei referendum contro la privatizzazione dei beni comuni. Ma è necessario ricordare a tutti che, se i nostri programmi nucleari attivi sono stati chiusi 24 anni fa e i nuovi bocciati, non sono invece affatto chiusi i problemi che quei programmi ci hanno lasciato: e che si incancreniscono pericolosamente, per l’inettitudine di tutte le forze politiche.
I quantitativi di residui radioattivo, di diversa pericolosità e natura, esistenti in Italia non sono certo esorbitanti rispetto a quelli di altri Paesi, ma sono stoccati in depositi temporanei (in un Paese come il nostro dove il temporaneo diviene spesso definitivo) sulla cui sicurezza, da ogni punto di vista, è più che legittimo dubitare (rimandiamo all’inchiesta di Sigfrido Ranucci per Report, su Rai3, L’Eredità, del 2 novembre 2008: www.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-53ed457c-a5f3-4781-a14f-88d6f5084923.html), mentre lo smantellamento (decommissioning) dei quattro impianti nucleari è appena agli inizi. Gli utenti elettrici italiani pagano ancora, e chissà per quanti decenni, una quota non indifferente (circa 400 milioni di euro all’anno) nella bolletta per la gestione di questi problemi. È vero che nessun Paese al mondo ha risolto il problema di realizzare depositi definitivi per i residui nucleari, poiché il problema è stato sempre rinviato per mezzo secolo, privilegiando invece la costruzione di nuovi impianti, oltre che per le oggettive difficoltà (negli USA il progetto di Yucca Mountain è stato definitivamente abbandonato dopo decenni di lavori e di spese, lasciando irrisolto il gravissimo problema delle circa 100.000 tonnellate di combustibile esaurito stoccato in una sessantina di piscine nei siti delle centrali; in Germania il deposito geologico di Asse ha mostrato infiltrazioni d’acqua che aprono problemi drammatici per le scorie già accumulate). Ma in Italia il problema è più limitato (circa 80.000 metri cubi, divisi in categorie con diversa attività, circa 8.000 ad alta pericolosità: volumi che aumenteranno dopo il condizionamento, destinati ad aumentare con il decommissioning delle centrali, ed escludendo i rifiuti che derivano da attività ospedaliere, industriali e di ricerca) e il Governo ha impegni legislativi precisi e rimane pervicacemente inadempiente: molti ricorderanno la rivolta popolare che nel 2003 bloccò l’improvvisato progetto del deposito a Scanzano Ionico, dopodichè non è più stato fatto nulla (neanche dal governo Prodi).
Non hanno avuto praticamente nessuna risonanza le dimissioni del prof. Veronesi dalla direzione sia pure abborracciata dell’Agenzia per la Sicurezza Nucleare. Molti sono convinti che dopo il referendum questa Agenzia sia diventata inutile, ma non è affatto così: essa è assolutamente necessaria per gestire i problemi nucleari ereditati dal passato, anche se la forma e struttura che le aveva dato il governo sono gravemente inadeguate. Chi si occuperà di questi aspetti, prima che essi provochino anche a noi qualche problema più grave?

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