ECONOMIA DI GIUSTIZIA

Per un'economia di giustizia

Lo sguardo e la parola di un teologo. Per fondare un’altraeconomia, sobria, solidale, sostenibile.
Luigi Mariano (Professore di Etica economica nella facoltà di Scienze Sociali dell’Università Gregoriana)

Il periodo storico in cui viviamo è dentro una crisi sistemica del capitalismo moderno: crisi finanziaria che si è aggiunta a crisi bancaria, politica, sociale, antropologica,ambientale.
Crisi finanziaria: il big bang dell’economia mondiale che ha determinato la crisi è da individuare nel settembre 2008, in cui tutte le borse dei mercati finanziari hanno fatto registrare un crollo dovuto a bolle speculative del consumo a debito oltre le possibilità economiche delle persone. Da quella data in poi la crisi è divenuta il paradigma di un processo involutivo della vita umana in tutto il pianeta: la crisi ha arricchito un’esigua minoranza di individui dell’oligarchia finanziaria e ha impoverito una moltitudine di persone.
Crisi bancaria: la complicità del sistema bancario con il mondo finanziario ha provocato alle banche una notevole perdita di liquidità e un’urgente necessità di essere rifinanziate dagli Stati, con fondi straordinari di salvataggio.
Crisi economica: l’economia reale-aziendale, non avendo più opportunità di mercato, perché la domanda è bassa in tempi di recessione per la contrazione dei consumi e non avendo più credito dalle banche perché in crisi, è costretta a chiudere la produzione, a sopprimere il lavoro e non erogare più il salario.
Crisi politica: gli Stati hanno dovuto arginare il proprio debito pubblico attraverso il prelievo fiscale sui cittadini contribuenti “visibili” (non sulla parte del sommerso e dell’evasione) e sulla riduzione del welfare, per poter risanare il deficit debito/PIL.
Ma il rigore applicato al risanamento è servito solo a colmare il debito contratto con la finanza, che con il sistema “tossico” dei derivati ha “strozzato” gli Stati sovrani aggredendo l’economia reale; in questo scenario, il denaro pubblico non è sufficiente a pensare allo sviluppo di un Paese. E senza produrre ricchezza una nazione muore e non può che produrre debito insolvente (default), preda della speculazione di un capitalismo finanziario parassita.
Crisi antropologica: negli ultimi trenta anni il modello di riferimento della cultura neo-liberista dominante è stato l’homo oeconomicus, fondando le società sul PIL e avendo l’assenso della politica (Tatcher, Reagan e poi Bush): l’idolatria del ben-avere materiale ha condizionato la società liquido-moderna (Z. Bauman) e del consumo (S. Latouche), a discapito di un umanesimo sociale.
Viviamo nella società post-moderna del post-umano.
Crisi ambientale: Un capitalismo interessato solo al profitto non ha dato valore alla sostenibilità come rispetto per la natura e l’ecosistema. Il pianeta inquinato è il luogo a rischio non solo per il futuro dell’umanità ma dello stesso capitalismo (E. Severino).
La Chiesa a partire dalla Gaudium et spes, proseguendo con importanti encicliche del pontificato di Giovanni Paolo II (Laborem exercens, Centesimus annus, Sollicitudo rei socialis) si è preoccupata di conciliare economia-dignità della persona-bene comune-giustizia sociale. Benedetto XVI ha dato un contributo notevole al dibattito sul perseguimento di una via d’uscita dalla crisi, con l’enciclica Caritas in veritate (2008); proprio a fine ottobre 2011 il Pontificio Consiglio Giustizia e Pace ha rilanciato il progetto di un’autorità di governance globale della giustizia distributiva.
Alcuni economisti italiani tra cui L. Becchetti, L. Bruni, S. Zamagni, da molti anni sostengono che soltanto il modello di economia civile potrà creare i presupposti per una condivisione collettiva della “ricchezza delle nazioni”,fondato sull’homo reciprocans contro il modello neo-liberista dell’individualismo e del materialismo, in cui prevale la tecnica (U. Galimberti).
In antitesi al modello smithiano della mano invisibile, l’economia solidale può rendersi utile al ben-essere della collettività e non al ben-avere di una oligarchia avida che sottrae risorse alla comunità umana. Ciò sarà possibile se gli altri attori della crisi: la politica democratica, l’economia reale, le banche commerciali... sapranno disintossicarsi dai mercati finanziari, senza collusioni interessate, senza connivenze che hanno permesso al capitalismo finanziario speculativo di eludere regole di pseudo-vigilanze, con parametri di rating non adeguati al benessere della persona e della società civile ma solo funzionali al sistema di prelievo con algoritmi assurdi e immorali.

Quale economia
Nonostante questo contesto in cui il pensiero unico dominante condiziona il comportamento umano a non progettare mondi possibili di alterità e condivisione, in cui si registra la morte del prossimo (L. Zoia), troviamo molte testimonianze di un’altra economia giusta e solidale.
Tra esse ricordiamo:
• l’economia di comunione, ispirata ai valori del vangelo, che rende compatibile il capitale con il lavoro dignitoso.
• Il commercio equo e solidale, dove l’acquisto è unito al rispetto dei popoli produttori.
• Il consumo critico e responsabile, che si inserisce in una logica della decrescita dal consumismo compulsivo creato dal marketing dei prodotti e dalla pubblicità dei falsi bisogni.
• Il microcredito, che usa il denaro per aiutare le persone e i loro progetti imprenditoriali,come nel caso di M. Yulnus e la sua Grammen Bank per i poveri che diventano lavoratori.
• Il volontariato, che si nutre di gratuità nella pratica del dono, nella società del post-umano.
• La finanza etica e la banca etica, che gestisce il risparmio in coerenza con i diritti umani.
In questa dimensione di altraeconomia prevale l’etica della responsabilità (H. Jonas), il principio dell’umanità (J. Maritain), il paradigma dell’alterità (E. Levinas).
Un’economia rispettosa della dignità umana e del benessere della collettività (A. Sen) è possibile.
Molte le testimonianze a riprova che capitale e lavoro possono convivere nel rispetto reciproco: una tra tutte quella di Adriano Olivetti che, negli anni Cinquanta, riuscì a condividere la ricchezza con la comunità umana di Ivrea, nella sua fabbrica abitata non da merci (taylorismo) ma da persone.
Un esempio negativo opposto potrebbe essere quella di Callisto Tanzi che, negli anni Ottanta, usò avidità e disonestà per truffare i risparmiatori della Parmalat, per arricchirsi con i soldi degli altri in un contesto di impresa irresponsabile (L. Gallino), condizione basilare del turbocapitalismo (R.Reich).
In conclusione provo a delineare un percorso per uscire dalla crisi,definendolo il modulo delle 7 R:
Ridare risorse al capitalismo produttivo (le imprese),
Regolare e tassare i mercati finanziari (tobin tax),
Ridistribuire la ricchezza tra le classi (giustizia sociale),
Ridimensionare i privilegi di caste e lobby, combattere l’evasione fiscale,
Rifondare la politica come azione del bene comune,
Ripotenziare il welfare come qualità della vita sociale,
Riequilibrare il rapporto tra uomo e ambiente.
A cui va allegato il modulo delle 3 S:
Sobrietà Solidarietà Sostenibilità.

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