Sto studiando per imparare a morire

22 febbraio 2013 - Antonio Thellung

Cari amici lettori e lettrici,
da qualche tempo sto studiando per imparare a morire, e mi piacerebbe condividere i risultati con chi vorrà. Non ho intenzione di elaborare un discorso compiuto per conto mio e poi scrivere il solito libro, ma vorrei provare a conversare con i lettori via via che lo studio prenderà forma, approfittando del fatto che gli scambi on-line consentono comunicazioni interattive.
Se la proposta t’interessa, ma solo se t'interessa veramente, mandami una e-mail di conferma e continuerò a inviarti il seguito così come si svilupperà.
Allego una breve introduzione insieme al primo paragrafo e ti ringrazio per l'attenzione.
Antonio Thellung

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Introduzione

Parecchi anni fa, quando ho pubblicato il libro intitolato Accanto al malato… sino alla fine, avevo proposto di chiamarlo: In confidenza con sorella morte, ma l'editore si è opposto dicendo che la parola morte scoraggia i lettori. Per dirne un'altra, quando vado in qualche museo chiedo volutamente se ci sono sconti per i vecchi, ma mi sento quasi sempre correggere con la parola anziano, talvolta perfino con aria di rimprovero. Morte e vecchiaia: due parole imbarazzanti che la dicono lunga su timori e fragilità psicologiche.
Mi domando quale vantaggio si possa trarre dal non chiamare le cose col loro nome, dal non guardare in faccia la realtà. La morte riguarda tutti, e mentre per i giovani è un fatto accidentale, per i vecchi sancisce la chiusura naturale della loro parabola. Per questo io che sono vecchio mi sono messo a studiare per capirne meglio il senso, nella speranza di farmela amica.
Esistono testimonianze significative di persone che giunti sulla soglia, magari dopo lunghi anni di sofferenze, hanno voluto raccontare il travaglio vissuto e descrivere il loro adattarsi all'inevitabile. Ma io non ho la morte davanti agli occhi, né ho idea di quando si presenterà: vorrei solo abituarmi a parlarne così, in piena libertà, con animo sereno e senza alcuna costrizione.
Dato che credo nei valori della collaborazione, mi piacerebbe condividere le mie riflessioni con chi vorrà, via via che lo studio prenderà forma. Non so dove mi porterà questo viaggio che, lungo o corto che sia, accompagnerà comunque la fase terminale del mio percorso terreno. Come dire che non so dove vado, ma ho deciso di andarci. E con allegra inquietudine, spero.
Sarò lietissimo di confrontarmi con le opinioni di chi vorrà inviarmele, e in particolare con obiezioni, critiche e dissensi che possano aiutarmi a mantenere la rotta.

1. Vecchio è bello

Gli ottanta me li sono lasciati alle spalle da tempo, ma sto bene e non vedo di che cosa potrei lamentarmi. Vero che la lombaggine è sempre in agguato, ma ho imparato a gestirla come un'amica, e di solito mi avverte prima che qualche strega tenti di assestarmi uno dei suoi colpi maligni. Ci sono anche le gambe che si abbandonano a qualche capriccio, ma che sarà mai un po’ di male ai polpacci? Devo solo sedermi più spesso, cosa piuttosto facile una volta presa l’abitudine. D’altronde un ultraottantenne che potrebbe pretendere? Talvolta mi lacrimano gli occhi, abbondantemente, e devo asciugarmeli per togliere quel velo che altera la vista. Per fortuna, salvo rare eccezioni, non dimentico di portare con me un fazzoletto pulito.
Ricordo che una volta, mi sembra quasi di rievocare gli albori della mia vita, facevo pipì in un lampo, mentre oggi ci vogliono delle ore. Una cisti alla prostata fa parte degli acciacchetti dovuti all’età. Volevano togliermela, anni or sono, ma per fortuna ho resistito alla tentazione: di amici che hanno subito disastri per operazioni simili ne conosco più d’uno. Così mi siedo sulla tazza e aspetto con pazienza tutto il tempo necessario: non è una tragedia. Sto bene, fin troppo bene: che saranno mai un po’ di reumatismi? Trovo assai più antipatici i crampi muscolari, soprattutto quando vengono a visitarmi la notte. E tanto più che neppure se mi alzo a passeggiare sembrano, a volte, accontentarsi.
Tutte cose che si possono sperimentare anche da giovani, crampi, reumatismi, lombaggine, ma invecchiando tendono a farsi più insistenti, come se volessero superare una semplice conoscenza occasionale per entrare in rapporti di più stretta amicizia. Dell’allergia, invece, potrei dire il contrario: da giovane, per anni, ho avuto rapporti intimi con una rinite allergica che definire maiuscola mi sembra riduttivo, mentre ora devo prender atto che si limita a brevi e saltuarie visite, quasi si fosse offesa per chissà quale motivo. La vecchiaia, poi, offre anche altri vantaggi: uno di questi è che mi sporco molto meno. Un tempo, dopo mezza giornata la mia camicia era già ombrata, mentre oggi la uso più giorni e talvolta, quando la cambio, sembra ancora pulita. Sarei tentato di non lavarmi più, ma non ho ancora superato del tutto i pregiudizi della civiltà.
L’energia non mi manca e la prontezza di riflessi è ancora viva. Potrei dire che mi sento felice di essere vecchio, e tuttavia mi stanco, questo sì: mi stanco molto più d’un tempo. Quando mi capita di parlarne mi sento abitualmente rispondere che è normale stancarsi, a una certa età, e allora mi ricordo che a una certa età è anche normale morire. Il punto chiave è che ho imparato a gestire la stanchezza, ma non ho ancora imparato a morire. E questo mi crea non pochi interrogativi e qualche perplessità.
Le cose che ho appreso nella mia vita sono tante, veramente tante. Che altro potrei imparare ancora, mi dico? Moltissimo, lo so bene, ma che importanza avrebbe? Quel che manca non si può misurare, dicono i profeti: anche il più sapiente degli esseri umani, anche un’intera enciclopedia comprende in sé pochissime cose rispetto a quante ne restano da conoscere. Qualche sapere in più che cosa cambierebbe? Non certo l'essenza del mio essere, o comunque non in modo significativo. L’unica cosa fondamentale che potrei ancora fare è imparare a morire, altrimenti prima o poi mi toccherà morire senza avere imparato, cosa che mi suona piuttosto sgradevole.
Per rendermene conto meglio, provo talvolta a immaginare di essere obbligato a svolgere un qualche mestiere che non conosco. Se mi costringessero a fare l'elettricista probabilmente mi specializzerei in cortocircuiti, o l'idraulico in allagamenti. E questo è niente: se mi trovassi a un tratto in camera operatoria con un bisturi in mano, come potrei usarlo senza aver studiato e fatto pratica di chirurgia? Che vergogna! Molti giungono alla fine dei loro giorni senza neppure accorgersene, cosa che a me, personalmente, non piacerebbe affatto. Per questo ho deciso di tentare un percorso di studio per imparare ad accogliere sorella morte con allegra serenità, quando verrà a trovarmi. Potrei dire che la mia vita ormai l'ho fatta, è stata bellissima nelle gioie e nelle sofferenze, e quando si renderà compiuta non resterà che dire: amen.
Provando a confidarmi con qualcuno mi sono sentito dire, a mo' d'approvazione, che è importante prepararsi alla morte. Ma non è questo che intendo: tra imparare e prepararsi c'è un abisso, e provo a spiegarmi con un esempio. Supponiamo che io mi voglia preparare a fare il falegname: cercherò un locale adatto, lo allestirò con macchinari e attrezzature, mi procurerò una scorta di legname e sarò pronto. Ma se non ho imparato il mestiere che sono pronto a fare? Oggi mi sento stimolato a studiare per imparare, quanto a prepararmi, credo sarà una conseguenza automatica. Per chi interpreta la morte come evento tragicamente negativo, prepararsi potrebbe voler dire rassegnarsi all'inevitabile, con accompagnamento di scoraggiante tristezza. Ma io non intendo affatto rassegnarmi a morire: vorrei imparare proprio per non morire rassegnato. Da quando ho scoperto che la parola defunto significa compiuto non vorrei trovarmi morto senza essere defunto, senza aver compiuto la potenzialità naturale a mia disposizione.
Sono ben cosciente che fra un po' morirò, e le solite frasi tipo: ma che dici! Stai benissimo! Vorrei arrivare io alla tua età in buona forma come sei tu, suonano tutte come dei de profundis atti a confermare che stare bene alla mia età è un fatto eccezionale, e non la regola. E l'eccezione, poi, non sarebbe quella di sfuggire alla morte, ma semplicemente di spostarla un po' più in là. Ma un po' più o un po' meno che cosa cambia? Qualcuno mi dice che "sono in gamba", ma quando mi guardo allo specchio io vedo un vecchio. Perché dar spazio a velleitarie illusioni? Qualche giorno fa ho ascoltato un medico dire che di certe malattie non si muore più, e citava trionfalmente l'esempio di una persona nota che era arrivata fino a 80 anni! Appunto. Io che li ho abbondantemente superati sono vicinissimo al termine, fra un po' morirò, e che sia tra uno, cinque, dieci anni non ha alcuna importanza: è sempre fra un po'. Spero che chi mi legge sia abbastanza libero da pregiudizi sulla parola morte, e abbia ormai capito che nelle mie intenzioni non c'è né pessimismo né tristezza ma, al contrario, il tentativo di approfondire un cammino di grande speranza. E se di solito l'argomento viene affrontato con drammatico pathos, io vorrei imparare a parlarne così, con serenità e, perché no, con allegria.
Da tempo direi che mi sento tendenzialmente pigro: non mi andrebbe più di far niente, cosa che però mi crea un certo disagio, perché sono stato educato in un ambiente sociale che ha come slogan: il tempo è denaro. Il denaro però ben presto non mi servirà più a nulla, perciò mi dico: non c'è più tempo da perdere, devo assolutamente imparare a perder tempo. Non mi è facile, perché l'educazione ricevuta mi ha insegnato a sentirmi in colpa se non sono produttivo, ma ora sto tentando di ribellarmi. Perdere tempo è un’arte che non annovera molti esperti: i più perdono tempo con imbarazzo e rammarico, anziché gioia e soddisfazione per la conquista di nuove libertà. Non voglio più perdere tempo così, passivamente, ma vorrei saperne trarne utili frutti, mi dico prima di cominciare a ridere della contraddizione. Forse la mia pigrizia è così intensa da impedirmi di essere totalmente pigro, fatto sta che non ho più nessuna voglia di affannarmi inseguendo le fatiche del quotidiano, perciò capisco che devo lavorare sodo per studiare e imparare questo benedetto mestiere conclusivo: non vorrei morire senza saperlo, senza capirlo, senza neppure accorgermene. Insomma, mi piacerebbe tanto imparare a morire, anche se non capisco bene che cosa significa. Queste mie riflessioni sono l'incipit di una ricerca scritta, che fa parte integrante del mio piano di studio.

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