Nel rispetto dei cammini
Il rapporto delle Chiese ortodosse con l’ecumenismo – e, in tale contesto, con la Chiesa di Roma – è stato, ed è, variegato; non si può quindi darne una valutazione semplificata. Per flash, perciò, qui parliamo solo di alcuni “casi” di un problema assai vasto. La prima svolta Negli anni venti il patriarcato ecumenico di Costantinopoli fu pioniere tra le Chiese che sollecitavano una riconciliazione tra i Cristiani divisi da secoli. E quando, nel 1948, ad Amsterdam nacque il Consiglio ecumenico delle Chiese (Cec), lo stesso patriarcato fu tra i fondatori del Cec. In questo ambito si pongono i rapporti con Roma. Freddissimi nella prima metà del Novecento (ma tali erano da mille anni, salvo eccezioni, come al Concilio di Firenze che nel 1439 formalizzò un’effimera riconciliazione Oriente-Occidente), cambiarono dopo che nel 1958 divenne papa Angelo Giuseppe Roncalli. L’allora patriarca Athenagoras I non si incontrò con Giovanni XXIII e, tuttavia, tra i due si creò una simpatia personale ed ecclesiale. Rappresentati del patriarcato furono inviati al Concilio Vaticano II come “osservatori”.
Nel gennaio 1964, a Gerusalemme, Paolo VI e Athenagoras si incontrarono. Era la sglaciazione, che il 7 dicembre 1965 (vigilia della conclusione del Vaticano II) portò alla reciproca cancellazione delle scomuniche che le due Chiese si erano lanciate nel 1054. Il “dialogo della carità” continuò e, nel 1967, Paolo VI visitò Istanbul, e Athenagoras Roma. Poi, nel 1979, Giovanni Paolo II incontrò il patriarca Demetrios, nella sua sede, avviando il “dialogo teologico” con la creazione di una Commissione teologica tra le Parti. Partito bene, questo dialogo cominciò a incrinarsi agli inizi degli anni novanta, per bloccarsi quasi del tutto nel 2000. Motivo? La questione degli “uniati”. Con tale parola, che ha un sapore negativo, gli Ortodossi designano i Cattolici di rito orientale (bizantino, armeno, alessandrino…). Con modalità cangianti da caso a caso, dal secolo XVI all’Ottocento “parti” di Chiese ortodosse – e cioè vescovi, preti e laici – si sono unite a Roma riconoscendo l’autorità papale. Gli Ortodossi considerano questo “passaggio” come un tradimento, un “cavallo di Troia” escogitato dai papi e dalle potenze occidentali cattoliche (la Repubblica di Venezia, la Francia, gli Asburgo) per minare dall’interno l’Ortodossia. Essendo ben difficile, per la gente comune, infatti, distinguere una liturgia “ortodossa” e una greco-cattolica. I Cattolici di rito orientale (o greco-cattolici, come essi chiamano se stessi nell’Europa dell’Est) contestano la tesi ortodossa: sostengono di avere solamente esplicitato una “unione” che in realtà non era mai stata realmente distrutta; o di aver fatto una scelta ecclesiale, di coscienza, senza pressioni politiche. Nella Commissione cattolico-ortodossa il nodo “uniate” fu affrontato di petto a Balamand (Libano) nel 1993. Allora si affermò che gli uniati “attuali” dovevano essere rispettati, ma precisando che il metodo uniate non poteva in alcun modo essere modello per la futura riconciliazione tra Ortodossia e Roma. Di fatto, poi, le due parti diedero una interpretazione differenziata di Balamand; il contrasto si aggravò tanto che la nuova “plenaria” della Commissione mista, riunitasi nel 2000 a Baltimora, praticamente fallì, proprio per l’insanabile diversità di pareri sul problema uniate. La crisi degli anni Novanta La Chiesa russa e altre Chiese ortodosse dell’Est europeo entrarono nel Cec (Consiglio ecumenico delle Chiese) solo nel 1961, a New Delhi, alla terza Assemblea generale del Consiglio. Per una trentina d’anni non vi furono particolari problemi ma, alla metà degli anni novanta, tutto cambiò. A far da detonatore alla nuova situazione fu quanto accadde in concomitanza, o in conseguenza, al crollo dei regimi socialisti esteuropei, soprattutto in Urss. Profittando della nuova situazione, molte Chiese occidentali – la romana, ma non solo; e poi svariate “Nuove religioni cristiane” (sbrigativamente chiamate “Sette”) – iniziarono a inviare personale in Europa dell’Est. In molti casi, anche in ambito cattolico, si parlò di “missione” e “missionari”: locuzione che, soprattutto in Russia, fu sentita come offesa intollerabile, perché – anche nella mentalità della comune gente ortodossa – significava che per mille anni la Russia era stata un Paese “vuoto di Cristianesimo”. È in tale contesto che molte Chiese ortodosse pensano che Chiese occidentali pur aderenti al Cec mirino di fatto a espandersi nell’Europa dell’Est, a scapito dell’Ortodossia. E, ancora e di più, l’Ortodossia nel suo complesso sostiene con insistenza crescente che il Cec sia in realtà completamente dominato dall’“ ala protestante”. Nel Consiglio, nelle sue Assemblee generali – questa l’accusa – si discutono temi legati alle problematiche occidentali (il ruolo della donna nelle Chiese, i ministeri femminili) e si ignorano i temi cari alla teologia ortodossa, come il monachesimo o la venerazione delle icone. Conseguenza: negli anni 1997-98 le Chiese di Georgia e di Bulgaria abbandonano formalmente il Cec. Nel dicembre ’98 si tiene ad Harare (Zimbabwe) l’VIII Assemblea generale del Cec. Il grande incontro è praticamente dominato dal tema “Ortodossia”. Gli ortodossi rilevano che, con il sistema di rappresentanza e di voto in vigore, le Chiese ortodosse (e Antiche orientali) saranno sempre, in linea di principio, minoranza. Esse, infatti, nell’insieme, sono una trentina, e non cresceranno; quelle protestanti sono invece variegate, e possono sempre crescere. Dunque, con 342 Chiese membri del Cec, “costituzionalmente” le ortodosse saranno comunque minoranza. E sì – notarono, ad Harare, i rappresentanti del patriarcato di Mosca – che la Chiesa russa, con i suoi 80100 milioni di fedeli, non solo è la più forte, per numero di fedeli, tra le Chiese ortodosse, ma anche è la prima tra tutte le Chiese del Cec. Perciò, dissero gli Ortodossi, o il Cec cambia sostanzialmente il suo “ethos”, il suo organigramma e il suo modo di procedere, o noi lo abbandoneremo in massa. Per superare la crisi, l’Assemblea stabilì che il Comitato centrale (Cc, il “parlamentino” di 150 membri che, tra un’Assemblea e l’altra rappresenta la massima autorità del Cec) nominasse una commissione mista per affrontare globalmente il problema. In effetti la commissione – 30 esponenti ortodossi, trenta del Cec – fu istituita dal Cc nel ’99. Essa ha lavorato sodo e, infine, ha presentato un suo rapporto che nel 2002 è stato approvato dal Comitato centrale, ove gli Ortodossi si sono detti soddisfatti della svolta. In sostanza, la proposta è che le decisioni del Cec – a tutti i livelli – non siano prese a maggioranza, ma “per consenso”: cioè discutendo fraternamente fino a che non si raggiunga un sentire comune. Questa scelta garantisce gli Ortodossi, ma potrebbe anche portare alla paralisi. Comunque, il nuovo “organigramma” del Cec sarà attuato completamente nella futura Assemblea generale, la IX, programmata per il 2006 a Porto Alegre. Il contrasto Mosca-Roma A metà degli anni Novanta la Chiesa ortodossa di Antiochia (ma il suo patriarca risiede a Damasco), e la Chiesa melkita – uniate, nata dal suo seno nel Settecento – sono state sul punto di raggiungere un accordo storico: la piena riconciliazione. Era, questo, lo sbocco di un clima di amicizia e collaborazione in atto ormai da anni. Il passo finale non è stato compiuto, anche perché Roma non





