TESTIMONI

Il vescovo col poncho

Mons. Proaño, difensore degli indios, era vescovo in Ecuador e tenace lottatore per i diritti umani. Oggi vive nel grido di liberazione che si solleva dai movimenti di resistenza latinoamericani.
Francesco Comina

Ora ne abbiamo la prova. Papa Francesco cammina sulle orme profetiche del nostro caro vescovo di Riobamba monsignor Leonidas Proaño”.

Non sta nella pelle Nidia Arrobo Rodas, la presidente della Fundación pueblo indio dell’Ecaudor, che per alcuni anni è stata al fianco del vescovo col poncho come sua segretaria. È la sera del 21 maggio quando ci chiama. Ha appena incontrato il Papa durante un’udienza in piazza San Pietro. Nidia si è trascinata fino a Roma. Era bloccata a letto per via di una fortissima infiammazione alla colonna vertebrale, che le ha fatto saltare un incontro a Bolzano con il premio Nobel per la pace Adolfo Pérez Esquivel. Un mese prima è arrivata in Italia invitata a parlare al convegno per i cinquant’anni della Rete Radié Resch. Porta sempre con sé il poncho bianco di Proaño, il difensore degli indios, una delle figure più carismatiche della Chiesa in America Latina, un tenace lottatore nella difesa dei diritti umani, un maestro di pace e di giustizia alla cui cattedra tanti vescovi vicini alla teologia della liberazione si sono ispirati e tanti uomini e donne dei movimenti sociali si sono avvicinati. Un baluardo di resistenza contro il razzismo e contro il potere militare che nel continente desaparecido ha annichilito e trucidato giovani, sindacalisti, contadini, operai ma anche frati, preti, suore e soprattutto i referenti dei popoli indigeni.

La storia 

Rimane come uno scandalo storico l’irruzione della polizia, il 12 agosto del 1976, in una sala della diocesi di Santa Cruz a Riobamba dove diciassette vescovi, vari sacerdoti e alcuni militanti del movimenti sociali, compreso il futuro premio Nobel per la pace Adolfo Pérez Esquivel, erano riuniti su invito di mons. Proaño, per riflettere su quali linee pastorali e culturali orientare i fedeli davanti alle sfide di una Chiesa di base perseguitata in quasi tutti i Paesi latinoamericani. L’intera compagnia venne fatta salire sui mezzi blindati e trasportata in carcere con l’accusa di aver organizzato un incontro sovversivo. La detenzione durò 28 ore sotto un diluvio di proteste giunte da ogni parte del mondo. C’era anche il vescovo messicano Samuel Ruiz, voce e coscienza del popolo ribelle del Chiapas, che commentò così quella disavventura: “La detenzione e la vessazione subite, lungi dallo scoraggiarci, ebbero l’effetto di unire più saldamente questo gruppetto di vescovi che voleva approfondire e rendere più concreto il proprio impegno a fianco dei poveri”.

Quando papa Francesco ha letto il cartello che portava Nidia, “Ecuador, monsignor Proaño”, ha smesso di parlare con gli altri vescovi e si è diretto con un sorriso pieno di gioia e di affetto a salutare la presidente della Fundación pueblo indio: “Il Papa mi ha preso la mano – racconta Nidia Arrobo – e me l’ha tenuta stretta per cinque minuti. Gli ho espresso la gratitudine a nome di tutto il popolo indigeno dell’Ecuador, gli ho consegnato un libro con gli scritti di mons. Proaño e gli ho allungato il suo poncho bianco che per noi è una specie di reliquia. Francesco lo ha afferrato, lo ha baciato e lo ha benedetto. È stato un grande segno d’amore non solo verso la memoria del vescovo di Riobamba, ma verso l’opzione preferenziale per i poveri e gli esclusi, che nel contesto latinoamericano sono ancora oggi le comunità indigene minacciate nei loro diritti fondamentali da un’economia neoliberista che cerca unicamente di conquistare e depredare le terre, esaurire le risorse idriche ed energetiche, frantumare l’orizzonte mitico e simbolico che è la vita di quelle popolazioni. Mentre Francesco mi teneva strette le mani, a un certo punto ha esclamato: ‘Avanti, dobbiamo difendere l’Amazzonia!’”. “In quel momento – spiega Nidia – ho sentito la voce profetica e poetica di monsignor Proaño, che parlava con la voce del Papa. È il grido tenace e forte di una Chiesa di base che chiede a gran voce un cambiamento radicale sia sul piano personale, che su quello strutturale ed ecclesiale. Un cambiamento che va sulla linea dell’opzione preferenziale per i poveri, della teologia della liberazione e della compromissione del Vangelo con la causa degli impoveriti di oggi. È la voce dell’amore per il prossimo, dato giorno per giorno con il suo volto e che noi possiamo riecheggiare con il verso di Proaño: ‘Seminando amor come il mais’».  

Qualche mese prima di morire Proaño rilasciò una intervista a “Nigrizia” in cui denunciava la situazione degli indios quasi piangendo: “La loro situazione mi fa piangere. Vivono... Dio mio come vivono! In capanne grandi come una tenda o come talpe in buche scavate nella terra, sfruttati senza misericordia dai grandi milionari della provincia che, dopo aver venduto i loro raccolti, se ne vanno nelle grandi città d’America e d’Europa a spendere male i soldi spremuti a quel miserabile straccio che è l’indio del Chimborazo (la montagna vulcanica che sovrasta Riobamba, ndr). Quando vedo queste cose, mi si stringe il cuore”.

Movimenti

Oggi quegli stessi indios si sono organizzati in movimenti di lotta politici e civili, ma il giogo della conquista passa dallo squilibrio del latifondo alla condanna dell’esclusione. Grazie al lavoro infaticabile di monsignor Proaño, non sono più soggetti a forme di annichilimento, come era consuetudine quando incappavano in un bianco e nel salutarlo dovevano nascondere, in segno di sottomissione, la propria mano sotto il lembo del poncho. Esiste una dignità etnica e culturale che viene percepita ormai come fatto di fedeltà orgogliosa delle proprie radici. La sottomissione rimane e, anzi, si rafforza sul piano collettivo. I popoli indigeni rivendicano il loro diritto all’autodeterminazione per motivi di sopravvivenza, non solo fisica, ma culturale e religiosa. Proaño aveva capito, ancora prima della grande svolta della Chiesa latinoamericana di Medellin, che non esiste frattura fra materia e spirito, fra bisogni concreti e bisogni dell’anima, ma che la spiritualità pura non può che interagire con una prassi di liberazione. L’uomo che si libera è l’uomo che vive con intensità anche la propria preghiera, mentre l’uomo oppresso è colui che rinuncia e vive una vita da fatalista, “un uomo chiuso, timido, sfiduciato, carico di mille problemi”, come ebbe a dire lo stesso Proaño riferendosi agli indios del Chimborazo. L’inculturazione è proprio questo passaggio dalla sfera contemplativa alla condivisione di tutti i bisogni che interessano la comunità indigena: “Mons. Proaño si è fatto indio”, commenta ancora Nidia Arrobo. “A partire da lui e con lui gli indios hanno elaborato un programma di vita, un piano di riappropriazione della cultura, un piano per una liberazione dall’oppressione, tanto dal punto di vista ecclesiale quanto dal punto di vista politico”.

Il gesto di affetto di papa Francesco rilancia la memoria di questo grande vescovo latinoamericano. Una memoria scomoda perché integralmente vissuta per denunciare l’ingiustizia e la violenza sistematica sugli altri, i poveri delle favelas e gli indios che, dopo cinquecento anni di conquista, sono ancora considerati, da molti, dei “sotto-uomini”.

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