La facciata non basta
In tutto il mondo occidentale il lavoro forzato è proibito, ma in Cina, ad esempio, no. È etico per un'impresa appaltare una produzione a un carcere cinese che usa lavoro forzato? Certamente questa pratica rispetta sia le leggi italiane che quelle cinesi, ma si può affermare che è una pratica corretta? E le imprese che comprano cacao sul mercato senza preoccuparsi se nelle piantagioni che l'hanno prodotto lavorano bambini compiono un'azione eticamente accettabile? In breve, le imprese hanno una responsabilità sulla loro filiera produttiva, oltre agli obblighi derivanti dalle leggi? E fino a che livello? E con quali strumenti possono controllare? Gli attori in campo In tutto il mondo occidentale le imprese stanno assumendo un'importanza sempre maggiore. Una parte importante delle politiche e delle risorse statali servono a sostenere il sistema delle imprese. In alcuni casi le imprese sembrano in grado di condizionare scelte e orientamenti politici ben oltre quanto le riguarda direttamente. Il sistema, nel suo complesso, sembra in gran parte disegnato a uso e consumo delle imprese. A livello mondiale molte imprese, almeno le più grandi, sono integrate in un sistema globale. Al contrario la legislazione non ha affatto seguito questo processo di globalizzazione, di fatto le regole hanno ancora applicazione a livello dei singoli Stati. Questo ritardo permette alle imprese una grande libertà di movimento: le merci vengono sempre più prodotte a basso costo in Paesi con bassi livelli di tutela sociale e ambientale e vendute ad alto prezzo nei Paesi ricchi, aumentando il margine di guadagno. Lavoro infantile, salari da fame, orari massacranti, condizioni di sicurezza precarie: questo avviene ancora nonostante moltissime convenzioni internazionali indichino con chiarezza quali sono i diritti da rispettare e quali le azioni da intraprendere. Raramente, però, queste convenzioni entrano nella legislazione nazionale e vengono fatte effettivamente rispettare. È in questo quadro che nasce e si sviluppa il concetto di Responsabilità Sociale di Impresa: dato che gli Stati non riescono a farlo, quali sono i mezzi per far sì che le imprese si preoccupino delle conseguenze sociali e ambientali della loro produzione? Quattro sono gli attori che si confrontano. I primi tre sono
Di fronte alle richieste dei consumatori molte imprese, tra le quali quasi tutte le multinazionali, si sono pubblicamente assunte degli impegni, hanno scritto dei decaloghi che si impegnano a rispettare al proprio interno e nella scelta dei fornitori. Ai fornitori, realtà spesso decentrate e localizzate in Paesi a rischio dove si annidano i problemi peggiori, è richiesto di firmare l'accettazione del decalogo e quindi di dichiarare, ad esempio, di non usare lavoro infantile. Anche se questi codici vengono mostrati al pubblico tutte le volte che viene scoperto qualche problema, il loro reale impatto sembra molto limitato. Si tratta spesso di codici generici e che non contengono riferimenti a diritti fondamentali come la libertà di associazione e di contrattazione collettiva. Inoltre, e questo è il nocciolo del problema, la loro applicazione non viene controllata da nessuno oppure viene monitorata solo da personale dell'impresa stessa. Per questi motivi una recente ricerca dell'Università Americana dell'Iowa e finanziata dal Dipartimento di Stato Americano ha mostrato come l'impatto dell'adozione di questi codici sia, nella maggioranza dei casi, nullo. I codici possono servire per dotare di procedure le imprese che sono decise ad applicarle, ma danno poche garanzie sulla reale qualità sociale e ambientale delle filiere coinvolte. Bilanci e certificazioni La prima cosa da fare per un'impresa che si vuole incamminare su una strada di cosciente responsabilità sociale è studiare il proprio assetto produttivo e capire quali sono le conseguenze della propria filiera. La redazione di un bilancio pubblico sugli aspetti sociali e ambientali della produzione può essere una buona occasione. Molte imprese, soprattutto quelle di grandi dimensioni, hanno intrapreso questa strada che certamente segnala uno sforzo di trasparenza. Ovviamente è molto difficile trovare gravi pecche segnalate nei bilanci che, anzi, di solito dimostrano i grandi risultati raggiunti in questi campi. Il problema dei bilanci socio-ambientali è infatti che nella quasi totalità dei casi vengono resi pubblici senza che nessuno esterno alle imprese possa averli verificati. Per questo in alcuni casi sono solo strumenti di marketing e di comunicazione sociale. Da segnalare, ad esempio, che la Parmalat è (era) una delle imprese ad avere i bilanci ambientali più belli. Iniziative molto più recenti, le certificazioni sociali, sono un passo avanti rispetto ai codici di condotta. In questo caso il decalogo non è scritto dall'impresa stessa ma da un organismo indipendente, di solito una fondazione o un'associazione senza scopo di lucro. In generale il codice si limita a prendere in considerazione uno solo o pochi aspetti dell'operato delle imprese, ma in quel settore è scritto in modo da rendere misurabile e verificabile la sua applicazione. L'adesione volontaria al codice dà luogo alla concessione di un marchio che l'impresa può sfruttare nella propria pubblicità. Il rispetto del codice è verificato da un certificatore esterno scelto dall'impresa stessa, per cui questa deve aprire la propria filiera produttiva a controllori esterni. Questa strada, intrapresa già da molti anni in campo ambientale con marchi come ISO14000, EMAS e ECOLABEL è stata quindi percorsa anche in campo sociale. La certificazione più famosa in Italia è SA8000, ma anche questa è quasi sconosciuta presso i consumatori. A oggi una sessantina di imprese italiane l'hanno ottenuta, tra le quali alcune molto note come Coop Italia e Granarolo. La presenza di un codice verificabile e di controlli esterni rendono le certificazioni sociali e ambientali una cosa ben diversa rispetto ai codici di condotta. Ma i famigerati casi della certificazione dei bilanci Enron o Parmalat dimostrano in maniera lampante che questo può non bastare: se le imprese si scelgono i propri certificatori e li pagano, difficilmente questi potranno essere realmente indipendenti. Dai Paesi a rischio, ad esempio la Cina, arriva la segnalazione che è iniziata la “corsa al ribasso” tra i certificatori per accaparrarsi più clienti. Stato e società civile Per questo motivo da alcuni anni chiediamo che gli Stati riassumano il loro ruolo in questo settore. Da una parte è necessario incentivare le imprese a percorrere questa strada e a far conoscere ai consumatori gli strumenti a loro disposizione, come l'SA8000, dall'altra è necessario vigilare che a ogni impegno dichiarato corrisponda un comportamento reale e non un'iniziativa di facciata. In questo secondo campo, in particolare, il mercato sta dimostrando di non essere in grado di regolarsi da solo, anzi, è sempre più evidente che la credibilità del sistema deve derivare da qualcosa esterno al sistema stesso. Le Campagne che Mani Tese ha portato avanti negli ultimi anni insieme a molte altre associazioni si inseriscono proprio in questo campo, nella richiesta di un





