SINDACATO

La competitività non basta

Il fattore umano, perno fondamentale da cui partire per definire una concezione dei compiti e del ruolo delle imprese.
Titti De Salvo

Già da tempo la Commissione Europea affronta la questione del rilancio della politica industriale, della competitività delle imprese europee, dell'imprenditorialità nel sistema UE con una serie di documenti che vanno dalla presentazione di libri verdi, documenti strategici, proposte che certamente sollecitano una presa di posizione non solo da parte di chi ricopre responsabilità a livello istituzionale, ma anche da parte degli attori sociali e in particolare delle organizzazioni sindacali che operano a livello internazionale, europeo, nazionale.
Il Libro verde presentato dalla Commissione nel luglio del 2001 (“Promuovere un quadro europeo per la responsabilità sociale delle imprese”) ha apportato alcuni elementi importanti di riflessione anche per il sindacato, impegnato da sempre ad analizzare il ruolo delle imprese nel più ampio contesto sociale, ambientale ed economico e sul positivo apporto che una politica industriale sana, basata in parte su competitività e produttività, ma soprattutto legata al rispetto della dignità umana, dei diritti umani e del lavoro, rispettosa dell'ambiente e della sostenibilità ambientale della produzione, potrebbe apportare. L'obiettivo del Libro verde è quello di aprire un dibattito su come costruire un partenariato destinato a configurare un nuovo quadro che favorisca la responsabilità sociale delle imprese, tenendo conto degli interessi sia delle imprese che delle diverse parti coinvolte (parti sociali, consumatori, enti locali, associazionismo, Ong, ecc.).
Questa proposizione è basata però sul carattere esclusivamente volontario per le imprese in materia di responsabilità sociale.
Quello che ci divide oggi dal mondo imprenditoriale è un punto di partenza totalmente diverso: per noi è il fattore umano il perno fondamentale da cui partire per definire una concezione dei compiti e del ruolo delle imprese.
La guerra, la crisi internazionale, i cambiamenti globali in corso ci danno ragione e impongono una riflessione su questo principio che ribalta totalmente i temi che classicamente vengono proposti a livello internazionale, europeo e nazionale. La competitività delle imprese non può solamente guardare alla produzione, ai suoi tempi, ai costi, ai consumi, ai ritmi di crescita che non sono più sostenibili globalmente.
Le nostre priorità sono il rispetto e la promozione dei diritti fondamentali, sviluppo e qualità dell'occupazione, istruzione e formazione continua.
Non solo. Le condizioni climatiche e ambientali del globo dovrebbero essere un quadro di riferimento costante nella individuazione di nuove strategie a favore dell'impresa e del rilancio di un sistema economico e produttivo equilibrato. Lo sviluppo sostenibile, rilanciato in UE dal Consiglio europeo di Goteborg e coerente con la strategia di Lisbona, non è un ostacolo, ma l'unico strumento che abbiamo per pensare a un nuovo equilibrio mondiale.
Parlare oggi di un comportamento etico (volontario) da parte degli imprenditori ci sembra davvero un'illusione e il rischio è, al contrario, che dietro una sorta di “paravento morale” ci sia il pericolo di un arretramento dalle responsabilità a cui sono chiamati gli imprenditori in materia di rispetto dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, di modello sociale europeo, di dialogo sociale, di relazioni industriali. Vi è soprattutto l'illusione che basti il carattere volontario ed esemplare per migliorare e fare progredire il concetto di responsabilità sociale e ambientale delle imprese in Europa, ma è in particolare nei Paesi in Via di Sviluppo, dove il ruolo delle organizzazioni sindacali è particolarmente debole e dove troppo spesso le violazioni dei diritti umani e sindacali sono quotidianità, che questa ipotesi ci sembra lontana dall'essere realizzabile.
Il quadro internazionale, i rapidissimi processi di globalizzazione impongono al contrario la necessità di regole, il rispetto dei diritti dell'uomo, la difesa della sua dignità; l'obiettivo dovrebbe essere il benessere per tutti, uomini e donne di ogni area del mondo, l'istruzione, la sanità. Ci batteremo sempre contro la possibilità che imprese europee abbiano un comportamento “virtuoso” nel nostro continente e che investano poi in altre aree del mondo utilizzando la mano d'opera a costi bassissimi, non riconoscendone diritti sindacali o di associazione.
Per trovare casi del genere, basta guardare a realtà anche a noi vicine come la Romania, la Bulgaria, o l'Albania per capire come ad esempio delocalizzazioni industriali possano avere effetti nocivi sul tessuto sociale e sul futuro di quei Paesi. Il sindacato italiano è particolarmente attento a questi fenomeni negativi e collabora da tanti anni con i sindacati di altre aree del mondo proprio su questo terreno.

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